Pillole di Bioenergetica 24/07/2017

Ansia, colpa e … sospensione riparativa in terapia

In questi giorni riflettevo su quanto complesso sia l’intrico dei percorsi trasformativi. Si ricorre ad una psicoterapia sostanzialmente perché non si è più in grado di trarre piacere dalla vita oppure perché si arriva al punto in cui il malessere percepito è tale, da rendere imprescindibile quello scatto di reni, attraverso lo sguardo altro di un professionista, per dare un giro di boa ed assestare la rotta sui propri bisogni… ristabilendo un rinnovato ordine delle cose.

Spesso si approda in seduta, sopraffatti da un senso di smarrimento, ansia, angoscia, panico… la paura di vivere a causa dello sgretolarsi del sistema di credenze che sinora può aver sorretto le proprie certezze o magari il vedere il proprio stato di malessere come pervasivo e totalizzante… ciò può lasciare letteralmente senza fiato, con lo sguardo perso nel non saper che risorse porre in essere… in che direzione guardare e forse soprattutto se quel presunto stato di benessere, tanto anelato realmente esista, sia possibile ed accessibile.

In questa fase in cui si sta sospesi sul ciglio del proprio respiro, con l’acqua alla gola… lo spazio psicoterapico diviene uno spazio di sospensione riparativa… come quando da piccoli al mare, mentre si faceva il bagno, si rivoltava il canotto per gioco e si rimaneva sospesi e protetti in uno luogo a metà strada tra il sogno e la realtà, tra il conscio e l’inconscio, in una dimensione di ludica attesa che dava ossigeno, pur lasciandoci in uno stato di sospensione liquida. Nel campo psicoterapico, in un certo senso, la relazione tra terapeuta e paziente può divenire quella bolla d’aria, in mezzo alla tempesta… una zona franca in cui porsi in quella sospensione riparativa, per il tempo necessario a riprendere fiato ed affrontare il mare aperto delle proprie emozioni e puntare dritti verso il faro del proprio Vero sé.

Certamente accedere alla possibilità di accogliere il piacere ed il benessere nella propria vita, non è un fatto banale… a mio avviso, risulta cruciale la curiosa intuizione nel paziente, che qualcosa di buono, oltre quel velo da squarciare potrebbe esserci davvero… e parimenti la fiducia del terapeuta nel paziente è altro elemento essenziale. Da queste trame inizia ad intessersi una rete neurale di fiducia nelle implicazioni del campo relazionale  stesso, che consentirà attraverso continue rimodulazioni, assestamenti perfettibili soprattutto di dribblare l’ansia, l’angoscia ed i sensi di colpa per un ‘bene’ desiderabile, ma che non osiamo afferrare e portare a noi.

Mi sono chiesta come mai, in molti degli scatti trasformativi che emergono nelle fasi propulsive del percorso terapeutico, affiorassero come redini tenute strette i sensi di colpa nei pazienti e ciò che credo sia il nucleo alla base è il contrasto e l’estenuante lotta implicita verso un pervasivo senso d’impotenza. Provo a chiarire il mio pensiero… ad esempio, quando si è piccoli e si è esposti a situazioni più o meno traumatiche, eclatanti o cumulative, reiterate o episodiche… la sensazione prevalente è che tutto sfugga al proprio controllo ed alla comprensione, in primis sfugge il senso stesso dell’evento traumatogeno. Si sperimenta dunque un senso di confusione e sopraffazione dal malessere. Unitamente a ciò, se l’esposizione a tali costellazioni traumatiche a livello evolutivo è molto precoce, si hanno altresì a disposizione scarse competenze cognitive per comprendere il contesto e la complessità di quanto stia accadendo (Ex: si pensi a bambini che assistono a liti furibonde in casa sin dalla più tenera età…). In questo magma, l’unica zavorra a cui aggrapparsi è un pensiero che, talvolta protomentale sebbene fondamentalmente disfunzionale, rimane comunque un appiglio nel caos… “Accade ciò per colpa mia, sono io il responsabile!” ristabilendo una sorta di equilibrio illusorio di onnipotente controllo di quanto ci accade attorno, poiché: ‘Se dipende da me… ne consegue idealmente che potrò porvi rimedio‘… se al contrario ciò che accade dipende dagli altri o da altro-fuori-da-sé, ‘Sono impotente ed immobilizzato‘ in un impasse che spezza il fiato e blocca l’agire… dunque assumendo su di sé le colpe di quanto subìto, in sintesi ci si colloca ad un immaginifico totipotente timone, come se tutto poi ci riguardasse e si avesse il reale potere di poter dirigere il traffico emotivo dell’universo relazionale che ci si muove attorno. Se ciò in età adulta… diviene un sistema collaudato e rigido cui attingere di frequente nella lettura del mondo, si potrà avere ad esempio (ma è solo un marginale esempio dei possibili assetti caratteriali) una spiccata tendenza a sobbarcarsi di molte responsabilità o situazioni estremante intricate, claustrofobiche al punto da rendere molto complesso accedere anche solo all’idea di lasciar andare e ripartire da sé, per una efficace autoregolazione e gestione della possibilità di entrare in contatto col piacere di esserci.

Il contesto terapeutico, nel tempo, attraverso una buona alleanza ed uno spazio non giudicante… radica nella realtà del corpo, nella responsabilità che si ha verso sé stessi… ossia quella di porre le basi del cambiamento a partire da sé stessi, abbandonando le zavorre illusorie delle aspettative dei cambiamenti che vorremmo poter vedere negli altri… ripartendo da quel sé troppo a lungo dimenticato. In terapia si permette al paziente di sperimentare una diversa qualità dello stare in relazione con sé stessi e con gli altri… accedendo alle proprie potenzialità trasformative e dunque a campi sempre più liberi da costrizioni e infingimenti, ma soprattutto liberi dalla morsa di quell’ansia intesa come ‘paura di avere paura’, senza la quale sembrava impossibile poter essere ciò che si è ed asserire con fermezza il proprio diritto di esistere al di là della paura.

STAY GROUNDED ❤

db0cea1b8750561f6fedcfb5705bac55

 

 

 

Pillole di Bioenergetica 20/07/2017

Per aspera ad astra

Stamattina riflettevo sul ‘senso’ del termine DESIDERARE… a partire dalla sua meravigliosa e contemplativa etimologia (dal latino desiderare, der. di sidus -ĕris ‘stella’, col pref. de- ; in origine ‘interrogare le stelle’ – prima metà sec. XIII).

E dunque pensavo a come un tempo i naviganti traessero dall’osservazione delle stelle, dall’interrogare le stelle, appunto… la rotta da seguire verso una terra che ancora sconosciuta, ma verso cui si tende e ci si protende.

Analogamente ho pensato a come sia possibile fare caso a ciò che abita il nostro corpo, per cogliere il senso e la direzione da intraprendere… dove si discerne tra ciò che rende vitali e ciò che spegne la nostra energia e costringe al ripiegamento su se stessi. La costellazione di emozioni che si susseguono in noi, alternandosi talvolta in un passaggio rapido simili a comete, altre volte in un firmamento di sensazioni assonanti con ciò che abbiamo sempre saputo di noi e di ciò che ci circonda o magari dissonanti, a raccontarci una storia che ancora non sappiamo… ma vorremmo forse ci venisse svelata. Certo talvolta può sembrare di essere su di un trampolino olimpionico, nella vertigine caleidoscopica di tali vissuti, ma se ci si prende il tempo di respirare, osservare questa alternanza ed accoglierla è possibile creare spazio e radicamento in noi per farla attecchire.

Questa ricchezza di cui disponiamo, un cielo stellato dentro di noi, verso cui possiamo rivolgerci quando proviamo un senso di smarrimento è come una bussola che ci orienta nel nostro mondo interiore e si rivolge all’esterno verso la pienezza della vita.

Ecco per me desiderare è un tendere verso la propria ricchezza interiore, uno stare col naso all’insù, con gli occhi allagati di stupore… è “uscir fuori a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139) respirando la propria costellazione emotiva, darle fiducia senza giudicarla.

STAY GROUNDED 

Pillole di Bioenergetica 23/06/2017

… talvolta si può avere la sensazione di voler andare… incamminarsi senza sosta… tendere verso qualche luogo di noi che ancora non conosciamo, ma intuiamo essere sempre stato lì… in un letargo silente e scrutatore… capita di fare esperienza di emozioni intense che non hanno nemmeno bisogno di essere processare… e senza fare il check-in scorrazzano nel sistema limbico in lungo e in largo baldanzose e tracotanti della loro estatica bellezza. Al fiutare la melodia di quel flauto magico rimane difficile non opporre una resa incondizionata ed irragionevole, totalitaria e vitale. Ci si perde un pò, finalmente, nella resa al corpo ed al sentire… e con questi pensieri che galleggiavano placidi nella mia mente… quasi senza rendermene conto ho percorso la strada verso casa… 13km per assaggiare il tramonto, sorprendersi col cuore in festa che esistono ancora ragazzini grandicelli che giocano a nascondino sotto casa… vergognarsi un pò, per aver dato per scontato stessero facendo qualcosa di male… ma essere contenta di aver avuto torto marcio.
Una giornata che si avvia alla sua conclusione, ma mi trova piena di energia, radicata nella fiducia del mio sentire… una giornata tutt’altro che lineare, fatta di incontri, assenze presenti, impegno ed assetto difensivo, malinconia, calore umano e fiducia nel sorriso che occhi inattesi hanno saputo cogliere nel mio sguardo e rimandare al mittente per poi schiudersi in una complicità sottile piena di speranza.
La vita è fatta di tante cose… ed io scorro!

STAY GROUNDED ❤ SELF-DISCLOSURE

19420660_10213956388334925_8886985872142560500_n

Pillole di Bioenergetica 19/06/17

Strabismi emotivi… riflessioni su Botero

Ho avuto occasione di far visita alla mostra capitolina su Botero attualmente ospitata nel complesso del Vittoriano e nello scorrere del mio sguardo di tela in tela… laddove sentivo in me il fermentare della vitalità pulsante dei colori vibranti, delle tinte avide di sensualità, dalle forme colme di ironia e passione… non ho potuto impedirmi di cogliere lo stridere dissacratorio dell’ambivalenza ed il paradosso, celati pressoché in tutte le opere (… fatta eccezione forse per le rivisitazioni delle opere di altri artisti!) che ho avuto la fortuna di ammirare.

Fernando Botero pare abbia asserito “Non ho paura dell’inferno, ma dell’immobilismo” e credo che in questa frase si annidi una possibile chiave di lettura di ciò che con fragore ha sorpreso i miei sensi. Sono rimasta piuttosto colpita dal mio tardivo cogliere la peculiarità dei volti raffigurati dall’artista… inespressivi, svuotati di qualsivoglia intenzionalità comunicativa… me ne parlava l’assenza di mimica, la passività glaciale delle labbra denudate da ogni possibile sfumatura emozionale, ma più di ogni altra cosa gli sguardi… immobili, distanti, oltre l’orizzonte della tela, scavalcano l’osservatore e sembrano raccontare gli abissi e la desolazione di un’infinita lotta tra la pulsione e il raziocinio, tra un immobilismo asfittico, esorcizzato poiché rappreso nelle macchie di colore della tela, e il trionfo di una vitalità sgargiante e chiassosa, dalle tinte prive di sfumature ed ombreggiature, quasi a sottolineare il loro essere esenti dalla possibilità di scendere a compromessi, il loro brutale rifuggire ogni addomesticamento.

Le figure sembrano essere impantanate in un respiro trattenuto, poco prima di farsi ritrarre e catturare in un’istantanea… i movimenti aggrappati in pose solenni, al contempo dileggiate e sconsacrate da sguardi assenti, strabismi anarchici ed irriverenti… in sintesi, attraverso le sue tele, sembra di venire in contatto con un conflitto e la sua risoluzione… la paura di vivere, di sentire la pienezza della propria forza vitale e l’inevitabilità della vita che accade così come può… in una danza di contraddizioni talvolta inspiegabili e scomode da abitare, che sfoggiano nella staticità mummificata dei volti e dei corpi ingombranti… l’imperiosa prepotenza della pulsione al guinzaglio, implicita in essi. Botero attraverso la sua pittura nega ed afferma le due polarità della vita, cavalca il reale attraverso l’onirico, amplifica il suo sentire paradossalmente attraverso la minuzia dei piccoli dettagli… ma soprattutto esplora il dissonante che abita ciascuno di noi, tentando un’integrazione degli opposti, nonché della caducità delle emozioni incarnate… che da sempre hanno eletto domicilio presso l’animo umano… per quanto ci si sforzi di dimenticarlo o di persuaderci del contrario. Un occhio alla fissità rassicurante di ciò che si conosce e talvolta rischia di ingabbiarci in una precostituita ragnatela di aspettative ed uno alla possibilità del cambiamento, del divenire, della crescita al di là degli orizzonti preconfezionati… elogio del rischio nell’intrinseca gincana tra la perfezione dell’imperfezione degli esseri umani… di questo, inaspettatamente, mi sussurravano oggi, questi strabismi emotivi. 🙂

STAY GROUNDED ♥

 

 

Pillole di Bioenergetica 18/05/2017

Quanto del nostro implicito corporeo… condiziona e ricade sul nostro esplicito? 

Quanta parte delle nostre scelte, dei nostri comportamenti o anche semplicemente di ciò che ci accade… appartiene ad esperienze al di sotto della soglia della consapevolezza… vissuti incarnati ed imbrigliati nell’inconscio… apparendo magari ai nostri occhi come coincidenza inspiegabile, casualità… o con sorpresa un concatenarsi di situazioni analoghe, magari faticose, conflittuali… simili tra loro e che in definitiva non fanno altro che ostacolare la libera espressione del nostro potenziale, della nostra vitalità… del NOSTRO PIACERE DI ESSERCI.
E quanto invece è possibile riappropriarsi della consonanza tra “mondo interno” e comportamento… sincronizzarle scendendo gradualmente al di sotto degli strati del Sé, ascoltandoci con attenzione, dandosi il tempo di fermarsi in quel sottile limite sottocutaneo che ci racconta di noi…  

STAY GROUNDED

Pillole di Bioenergetica 09/05/2017

Dal lettino alla dimensione corporea bioenergetica:

… implicito fiorire dell’attenzione al corpo del paziente

Di recente ho avuto l’opportunità di visitare la casa-studio di Sigmund Freud ed Anna Freud, divenuto poi un museo… un luogo che ha accolto il padre della Psicoanalisi nel 1938, oramai anziano e non in buona salute, ma pur sempre molto impegnato ed attivo. Un luogo suggestivo, che mi ha colpito e fatto molto riflettere. Poter vedere a pochi passi da me in particolare il lettino ed il setting psicoanalitico in cui Freud praticava e metteva a punto la psicoanalisi, mi ha fatto pensare al rapporto che egli stesso ha avuto con il concetto di corpo e corporeità proprio nel contesto del setting analitico. Downing ci riferisce infatti di come, ci fu un periodo in cui Freud, praticava dei massaggi ai pazienti sdraiati, mentre saggiava la tecnica delle libere associazioni (procedura pare affatto desueta per i tempi, poichè si soleva suggerire periodi di riposo a pazienti sofferenti di ‘crisi di nervi’ – Downing, “Il corpo e la parola”, Astrolabio, 1995, pg. 327). Mi colpiva in particolare il fatto che, sebbene sia stata una modalità poi abbandonata da Freud, forse per le difficoltà che potevano poi insorgere in tema di trasfert e controtransfert (che da principio più che risorsa per il percorso terapeutico erano percepite come un ostacolo), inizialmente avesse colto nel corpo delle importanti implicazioni nel percorso psicoterapico. Freud elaborò il concetto di ‘controtransfert’ attorno al 1909-1910, valutandolo come uno scomodo ingombro, di cui il setting psicoanalitico doveva liberarsi quanto prima, poiché vissuto come intralcio all’analisi, in quanto espressione di conflitti inconsci irrisolti del terapeuta che venivano proiettati nella terapia ostacolandone il suo proseguire [Taverna A., Transfert e controtransfert, http://www.artiterapie.it/public/upload/transfert.pdf]. In questa fase dunque, il controtransfert veniva inteso come l’insieme delle sensazioni e degli atteggiamenti del terapeuta verso il paziente, mobilitati però dal paziente stesso. Freud dunque, percependo egodistonicamente l’intrusione di movimenti controtransferali, sosteneva infatti, ciò che per oltre tre decenni fu la visione predominante in campo psicoanalitico: “Abbiamo cominciato a considerare il controtransfert come un risultato dell’influenza esercitata dal paziente sui sentimenti inconsci dell’analista, e siamo giunti alla conclusione che il medico deve riconoscere e neutralizzare in sé stesso questo controtransfert[Carotenuto A., Osservazioni su alcuni aspetti del Transfert e Controtransfert, http://www.rivistapsicologianalitica.it/v2/PDF/1-1-1970-Transfert/I-1-1970_cap5.pdf].

Ciò premesso, mi veniva da riflettere su quanto comunque… il mettere il paziente in posizione distesa, sottendesse in maniera implicita, la possibilità per il paziente di accedere ad un campo di intimità sia con sé stesso, che con il terapeuta: di fatto ci si sdraia quando ci si vuole rilassare, quando si è in intimità con qualcuno con cui siamo in relazione o con noi stessi quando dormiamo… ossia quando ci mettiamo in una condizione di “apertura all’abbandono del corpo” e con essa alla possibilità di allentare seppur lievemente le tensioni croniche ed il controllo posturale che una situazione di altro genere, avrebbe potuto implicare… mi è dunque parso un invito gentile ad abbandonarsi ad uno stato regressivo che avrebbe potuto favorire una maggior messa a fuoco di quanto liberamente affiorava dal campo esperienziale del paziente. Sempre Downing (1995, pg. 328) citando una lezione tenuta da Freud ad un gruppo di studenti di medicina, sembra cogliere una sorta di fascinazione per quell’inestricabile integrazione tra mente e corpo alla quale si accostava, per poi allontanarsene:

Né la filosofia speculativa né la psicologia descrittiva o la cosiddetta psicologia sperimentale connessa alla fisiologia degli organi di senso, così come vengono insegnate nelle scuole, sono in grado di dirvi qualcosa di utile sulla relazione tra il corporeo e lo psichico” (1915, pg. 204)

Ho quindi riflettuto su quanta parte del corporeo fosse comunque presente, imprescindibile e fondamentale affinché un processo terapeutico, seppur grandemente mortificato nelle sue essenziali componenti relazionali ed interpersonali, avesse luogo.

Altra cosa che mi colpiva nello studio di Freud era l’ingente mole di reperti archeologici di varia provenienza e fattura… solleticava nella mia mente, come ciò profondamente richiamasse il suo interesse per l’evoluzione dell’umano e come in definitiva egli sia stato di fatto un vero e proprio archeologo della mente… cercando di sondare quel limite sottile quel valico talvolta indicibile, che impasta le dimensioni mente e corpo… cercando un varco verso l’inconscio incarnato del paziente, plasmandone l’individualità e la sua unicità di essere umano.

Infine mi sono imbattuta nel bassorilievo che raffigura la Gradiva ovvero “colei che cammina con grazia” [Si legga “Analisi bioenergetica. In compagnia della Gradiva”di Luisa Parmeggiani] … ritrovarla lì, certo non mi ha stupita, avendo Freud scritto un saggio ispirato ad uno scritto di W. Jensen intitolato “Il delirio e i sogni della Gradiva“… ma mi è sembrato come se tutto di colpo sintetizzasse il senso di un timido cammino che  in sé racchiudesse i primi germogli di un’attenzione, di una attrazione silente per ciò che di implicito il corpo del paziente ed il suo risuonare nel corpo del terapeuta sussurrano ed avevano saputo suscitare nel padre della psicoanalisi… un passaggio che parte dalla possibilità di abbandonare il proprio peso e le tante zavorre che il paziente trascinava all’interno delle sue contratture muscolari croniche o meno, delle somatizzazioni, dei disturbi da conversione… la possibilità dunque di cedere al sostegno del lettino e dunque accedere alla possibilità di farsi sostenere, nell’allentare il respiro, nel sondare l’insondabile nascosto nell’inconscio corporeo… per poi giungere alla funzione che il movimento aggraziato (seppur cristallizzato e possibile attraverso questo racconto scultureo) osa solo suggerire come fosse una promessa… un movimento che diviene corpo vissuto ed esperibile attraverso un cammino intrapreso… l’andare verso sé stessi e l’altro da sé, mantenendo radicamento ed armonia.

Da queste prime istantanee del setting terapeutico, di fatto ad oggi la dimensione corporea ha guadagnato grande rilievo… ce lo diceva Reich e poi Lowen padre dell’Analisi Bioenergetica, ce lo confermano oggi le neuroscienze… molto ancora c’è da conoscere… ma il cammino è cominciato e la curiosità si fa sempre più incarnata! 🙂

STAY GROUNDED ❤

Dal Trauma alla Resilienza attraverso l’Analisi Bioenergetica

Due giornate dedicate all’esplorazione del trauma, dei suoi confini e delle risorse cui è possibile attingere nell’attraversarlo secondo l’ottica privilegiata dell’Analisi Bioenergetica. Il lavoro proposto è esperienziale e non teorico, i partecipanti attraverso esperienze individuali, diadiche o gruppali approfondiranno emozioni, sensazioni e vissuti in un processo di graduale riappropriazione della propria padronanza di Sé e forza vitale.

L’Intensivo si svolgerà nel week-end del 17 e 18 Giugno, con orario h10-13.00/14.30-16.30 (Zona San Giovanni – Roma).

  • Sarà possibile accedere all’Intensivo Esperienziale, previo colloquio conoscitivo gratuito.
  • Per gli allievi SIAB verranno certificate 10h di Terapia Bioenergetica di Gruppo.

~ Dott.a Monica Monteriù ~

Psicologa-Psicoterapeuta in Analisi Bioenergetica, con abilitazione alla conduzione di Classi di Esercizi Bioenergetici (SIAB). Dal 2005 in qualità di Gender-based Violence Expert, mi occupo di tematiche inerenti l’ambito dei maltrattamenti ed abusi. Sempre in quest’ottica dal 2009, presto servizio presso lo Sportello Donna gestito dalla Coop. Soc. Be Free, nell’area emergenziale di Pronto Soccorso, dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini.

Per informazioni ed iscrizioni: 338-6036151

25752c970a1e377a4787fed9333d3be4

Immagine su: Pinterest

A PIEDI NUDI NEL PARCO ∼ Classi di Esercizi Bioenergetici 2017

Al via la quarta edizione del ciclo di Classi di Esercizi Bioenergetici al Parco: 8 incontri (4 nel mese di Giugno, 4 a Luglio) per conoscere meglio sé stessi, radicarsi nelle proprie sensazioni e farle sbocciare, sciogliere le tensioni corporee e per trarre vitalità, vigore ed energia dagli elementi della natura attraverso la Bioenergetica.

Le classi di esercizi di Bioenergetica intendono aumentare, attraverso esperienze corporee calibrate, la propria mobilità corporea e respiratoria, promuovendo un maggior contatto con sé stessi, le proprie emozioni ed una maggiore consapevolezza di sé. Alleviando infatti le proprie tensioni croniche, si accompagnerà la persona nel riappropriarsi di una piena vitalità ed del proprio benessere emotivo.

Le sessioni di lavoro si terranno nel rigoglioso contesto di Villa Pamphilj (ingresso di Via Vitellia, 102), la cadenza prevista è la seguente:

Giugno 05, 12, 19, 26 e Luglio 03, 10, 17, 24

Gli incontri, della durata di un’ora, si svolgeranno ogni lunedì nella fascia oraria compresa dalle h18:30 alle h19.30 (in caso di condizioni climatiche avverse si concorderanno date sostitutive). Per chi fosse interessato a partecipare è richiesto un primo contatto telefonico conoscitivo, nel quale provvederò a fornire maggiori informazioni. Si consiglia un abbigliamento comodo, l’utilizzo di calzini antiscivolo e un tappetino da yoga (personale).

Nota: per gli allievi S.I.A.B. è possibile rilasciare la certificazione delle ore di frequenza.

Le classi saranno condotte da me: Dott.a Monica Monteriù [Psicologa-Psicoterapeuta, Conduttrice di Classi di Bioenergetica abilitata S.I.A.B – Società Italiana di Analisi Bioenergetica].

Per info ed iscrizioni: 338-6036151.

Pillole di Bioenergetica 23/04/2017

«Anche il ripristino dell’equilibrio e dell’avvicendamento tra istinto e ragione svolge un ruolo centrale nella guarigione della scissione mente/corpo. L’integrazione tra cervello e corpo, tra emisfero cerebrale destro e sinistro e tra le regioni del cervello primitive e quelle evolute favorisce l’interezza e ci rende più pienamente umani. Finché ciò non avviene siamo, come ha rilevato Margaret Mead, “l’anello mancante tra le scimmie antropomorfe e gli esseri umani”». P.A. Levine ❤
 
Ciò è assai più vero per quanto concerne le persone che si sono trovate, loro malgrado, a fare esperienza del trauma in ogni sua possibile accezione e sfaccettatura… proprio perché come da sempre sostengo… “Il trauma divide et impera” e se non opportunamente trattato ed elaborato in un setting psicoterapico che sappia coniugare tutte le dimensioni sopracitate, priva il soggetto della possibilità di accedere alla propria resilienza, poiché parcellizza l’esperienza, lasciando il soggetto intrappolato nell’immobilità della paura che il vortice del trauma sa innescare.
STAY GROUNDED ❤