Pillole di Bioenergetica 24/04/2016

Non voglio che la mia solitudine venga riempita dai vuoti degli altri!

Riflettevo, quanta parte delle nostre giornate venga spesa, o meglio, dissipata nel tentativo di fuggire da noi stessi… dal contatto intimo con le nostre sensazioni, siano esse piacevoli o spiacevoli. In diverse circostanze mi accorgo di come sia sottile il confine dell’essere sempre presenti e consapevoli e parallelamente quanto sia facile scivolare nell’anestesia di un’indolente lasciar correre, di un pressapochismo emotivo che alla lunga rischia di ingabbiare i nostri sensi e farci procedere come zombie nella vita, senza realmente assaporarne il gusto vivido ed il senso.

Provando a mettersi un pò in discussione, senza per questo demonizzare il nostro essere umani e gli ausili di cui la nostra società dispone, proviamo per qualche istante a fare caso a come ci muoviamo nella nostra quotidianità: quante volte ad esempio, mettiamo la mano sul cellulare per controllare se sia arrivato o meno un nuovo messaggio, un nuovo cenno d’approvazione, una nuova notizia… ed osservando questo automatismo, proviamo a notare quale sia la qualità emotiva che accompagna questo gesto? Svolge ad esempio una funzione ansiolitica, ci rende più sicuri… che senso ha per noi? Ed ancora, quante volte mentre siamo coinvolti in una conversazione con un amico, siamo presi da altro… guardiamo la televisione, magari cuciniamo, lavoriamo al pc, leggiamo un articolo? Quanto spesso accade di ritrovarsi in compagnia, semplicemente per evitare la spiacevolezza dello stare da soli… quanto frequentemente riempiamo le nostre “giornate libere” di così tante attività a cui dedicarsi con concitazione, nell’ansia di non arrivare in tempo all’impegno successivo, che tanto alacremente ci siamo adoperati a mettere in scaletta, finendo così con l’inanellare spesso, esperienze vacue, parziali e mai pienamente appaganti?

Un’altro aspetto di questa modalità di non essere più molto in intimità con noi stessi a mio avviso è rintracciabile anche nella compulsione a condividere incessantemente ogni aspetto della propria vita mettendola in rete, quasi stessimo in qualche modo assistendo  ad una vera e propria “estroflessione dell’inconscio”. Sto mangiando un gelato? Lo fotografo e lo condivido. Sono in vacanza con la famiglia? Divulgo. Sono alla festa di compleanno di mio figlio? Faccio un filmino… e filtro l’esperienza su pellicola virtuale, finendo però col mettere anche un filtro tra me e l’esperienza reale che accade ad un palmo dal proprio naso. Ci troviamo a contatto con emozioni vivide, ma al contempo le rifuggiamo, ce ne distanziamo… come se ce ne dovessimo difendere o, a qualche livello forse anche più allarmante, ritenessimo ‘vere e degne di nota’ solo le esperienze condivise in rete, mentre mai accadute quelle ‘semplicemente vissute‘… ma mi domando, siamo ancora in grado di tenere un ricordo prezioso semplicemente stretto al nostro cuore, senza che se ne sia stato fatto un reportage?

Infine, per concludere questa carrellata di esemplificazioni, un altro sintomo molto interessante del discostarsi dalla propria vita mentre essa accade, è la modalità compulsiva di fotografare. Una volta svincolati dal limite e dal ‘confine’ del rullino fotografico, siamo in grado di accatastare una tale quantità di immagini pressoché prive di una corrispettivo affettivo ed emotivo. Le assimiliamo, le ‘consumiamo’ con avidità e contemporaneamente le dimentichiamo… ma mi domando quanto ci nutrano. E pur correndo il rischio di essere tacciata per nostalgica, mi chiedo se siamo consapevoli del fatto che, le poche foto disponibili un tempo in famiglia, erano un racconto emozionale che ne sanciva momenti importanti… oggi tutto assurge ad un’importanza spesso aleatoria ed effimera, perdendo consistenza affettiva nell’arco di poco tempo… e per giunta, quando accade di perdere tutto questo materiale fotografico, spesso l’impatto emotivo è altrettanto fuggevole… forse perché non si è in grado di immagazzinare una quantità tale di informazioni, la nostra memoria è assai più limitata di quella di un pc e quindi, fare reale contatto con ogni singola immagine diverrebbe un onere gravoso anziché un piacere… quindi scivola tutto via dai sensi. Sembra paradossale la coincidenza del fatto che oggi si metta ogni aspetto della nostra vita in condivisione nell’etere… quando un tempo l’etere (composto chimico) veniva piuttosto utilizzato come anestetico.  🙂

Mi domando se non sia forse il caso di fare un passo indietro e quanto sia veramente necessario verificare minuto per minuto la messaggistica e piuttosto, quanto sia possibile semplicemente STARE con sé, raccogliere i propri pensieri, ritrovare un’intimità con noi stessi mentre andiamo a lavoro, siamo nel traffico, andiamo a fare la spesa. Talvolta penso che la generazione del “multitasking” sia una generazione sovraccarica, iper-stimolata e raramente, in pieno contatto con ciò che è presente nell’esperienza, sempre in fuga verso altro. Certo la “modernità liquida” di Bauman, in cui siamo immersi ed in cui tentiamo di mantenerci a galla per non affogare, non ci aiuta molto in tal senso. Fornisce sempre nuove sollecitazioni, ci vuole sempre attivi, sempre “connessi” e fluidi ma tale processo di ‘fluidificazione’ ci fa perdere con maggior facilità i nostri confini e ci rende pressoché incapaci di CONTENERE i nostri stati emotivi ed i nostri vissuti andando poi a deprivarci della possibilità di fare realmente contatto con il nostro sé corporeo ed emotivo. Ci illudiamo che ‘ottimizzando’ i tempi della nostra giornata alla fine ne trarremo vantaggio. Mi chiedo quanto sia reale questo assunto… o quanto piuttosto sia possibile che alimentare la nostra tendenza ad un’onnipotenza oramai ipetrofica, sia l’anestetico ultimamente più in voga.

Per questo motivo credo sia di vitale importanza fare ritorno a sé, nella nostra dimora più intima e reale… il NOSTRO CORPO con le sue emozioni ed i segnali che ci invia. E’ importante fare silenzio attorno a noi, per potersi aprire al mondo con autenticità, non solo per colmare vuoti, non solo per evitare un confronto con noi stessi, ma per sentire la pienezza dell’essere profondamente connessi con sé e con gli altri. Possiamo fare scelte consapevoli in tal senso, senza privarci poi di molto… forse arricchendo la nostra vita di poco, ma intenso. Allora forse, assaporare una fragola, sentirne il gusto, annusarne il suo profumo senza altre distrazioni… sarà qualcosa che i nostri sensi accoglieranno e ricorderanno con gioia!

Certo è comprensibile che stare con sé, in contatto ‘solitario’ con le proprie emozioni possa far timore… ma può essere assai più spaventoso sentire di essere in mezzo agli altri, senza sapere realmente chi io sia, con il rischio magari di essere riempita dai vuoti altrui o che siano gli altri a dirmi chi io sia… per questo, quando sento la paura della solitudine affacciarsi e bussare alla mia dimora… penso sia bene tornare ai miei piedi ben radicati a terra ed al mio respiro… per poi farla accomodare su una poltrona comoda, offrirle un thé e sentire cosa ha da raccontarmi di me.

Canzone semplice dell’esser se stessi

L’edera mi dice: non sarai       
mai edera. E il vento:   
non sarai vento. E il mare:       
non sarai mare.

I cenci, i fiumi, l’alba della sposa         
mi dicono: non sarai cencio ne’ fiume, 
non sarai alba della sposa.       

L’ancora, il quattro di quadri, il divano-letto    
mi dicono: non sarai noi           
non lo sei mai stato.     

E così il sogno, l’arco, la penisola,       
la ragnatela, la macchina espresso.      

Dice lo specchio:         
come vuoi essere specchiose non sai dare altro che la tua immagine?  

Dicono le cose: cerca d’esser te stesso           
senza di noi.    
Risparmiaci il tuo amore.         
Io fuggo da ogni cosa delicatamente.   
Provo a esser solo. Trovo       
la morte e la paura. 

Vittorio Bodini

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