Pillole di Bioenergetica 15/07/2016

…La caducità del bello implica un suo svilimento” ∼ Freud

Ciò che so di questi tempi cruenti è poco, pochissimo e mi sforzo pedissequamente di saperne sempre meno… purtuttavia lentamente osservo l’insinuarsi di qualcosa di nuovo nel mio agire quotidiano seppur con pervicace umanità e metodo, diligentemente mi ostini a non voler nemmeno pensare di modificare, magari nel vano tentativo di eludere quella massiccia mortifera  illusione, che da più parti attorno a me sento debordare, di poter controllare ciò che sfugge ad ogni controllo pur di preservarsi intatti il più a lungo possibile… magari prendendo la metro successiva, evitando luoghi affollati nell’ora di punta, smettendo di viaggiare… ma al contempo aimè anche di vivere!
Parte di questa paritetica e comprensibile smania di “controllare” questa ondata di morti tanto impreviste quanto spaventose e martellanti, siano esse frutto delle gesta di un folle isolato, di un gruppo di terroristi, della malasanità o dell’incuria colpevole di ci governa… ricade sotto il cappello di un etichettaMENTO selvaggio, poiché proiettare al di fuori di noi un sentire sgradevole ed indefinito, dare un nome ad un fenomeno indicibile quale il terrore, la paura di morire… in un certo senso serve a definirlo, racchiudendolo in un recinto semiologico di significati ben preciso e connotato… ripiegarlo in un cassetto contestualizzandolo, o piuttosto astraendolo, ma comunque in ogni caso, ci illude di poter essere attivi nel fare ordine e dare senso… serve a far ordine nel caos che sembra essere un pasto quotidiano di cui ci stiamo alimentando con troppa assiduità. In un rimpallare di colpe ed invettive, abbiamo la “preziosa” opportunità di asserragliarci tutti alla ricerca di un nemico, qualcuno da combattere perché questo ci illude di poter uscire dall’impotenza che il senso di morte in cui stiamo cercando di navigare a vista, oramai opprime le nostre membra, ci avvilisce, pesa addosso. Noto infatti anche in me, il silente infiltrarsi sottocutaneo di ciò che l’essere umano da secoli è impegnato a rimuovere, ossia che siamo esseri ‘finiti’, mortali e talvolta guardandomi intorno sento affiorare ‘pensieri parassiti’, ladri di leggerezza… che mi ricordano di continuo che la nostra progettualità è l’illusione necessaria all’avanzare nel mondo della specie umana, dell’uomo mentre attraversa la sua esistenza unica ed irripetibile… se si perde quella… ciò che resta è la vacuità di ogni gesto, l’insensatezza dell’esistenza. 😦
E quindi sì… la caducità del bello ne implica il suo svilimento… significa attestarne la futilità, scipparla di senso, grazia e significato, ne umilia la bellezza…  non so se sia parte di un disegno, di un progetto più ampio… se si tratti di una nuova guerriglia globale taciuta ma endemica, se sia una perversa pandemia, ma ciò che sta accadendo, orribile, indicibile e straziante viene decuplicato dai media, dal morboso che alberga negli esseri umani che indugiano voraci nel ‘dettaglio del bambolotto accanto alla bimba uccisa’… per rintracciare un sentimento, un significato… qualsiasi cosa, fosse anche un senso di solidale annichilimento da poter condividere (pure quello!). L’altra faccia di questa opaca medaglia è l’aridità, l’indifferenza, il contare le vite sospese con lo stesso trasporto della conta dei fagioli della Carrà.
E quando mi ritrovo a pensare alla bellezza, è inevitabile pensare alla vita che ci scorre addosso, accanto continuamente nei nostri gesti quotidiani, banali, privi di rilevanza ad un occhio distratto. Così non è ed oggi, che sono stanca di essere crivellata di immagini orribili, di abbuffarmi di tragedia… non voglio far finta che tutto ciò non sia reale e presente… ma nemmeno esserne completamente assoggettata. sono profondamente addolorata sì… ma vorrei poter continuare a sentire, assaporare e respirare l’essenza e la bellezza della vita, la finitezza ed il suo senso in ogni istante.
STAY GROUNDED ♥  KEEP LIFE MEANINGFUL STEP BY STEP!

Pillole di Bioenergetica 13/07/2016

Il grembo materno è la prima esperienza protomentale di Dio!

Giusto stamattina, mi trovavo a ragionare assieme ad un caro amico della spiritualità e del suo legame con il corpo… ed in un primo momento confesso di aver avuto un attimo di spaesamento, come se non scorgessi in realtà alcun legame e questa fosse una questione molto distante da me a livello epidermico ed emotivo, da cui mi sono sempre un pò difesa ponendo distanza… soprattutto per quanto concerne il suo intrecciarsi con aspetti connessi al culto delle religioni. Ci si interrogava su quale fosse il legame tra la spiritualità ed il corpo e come rendere questo legame semplice ed accessibile a chiunque… la nostra conversazione è ovviamente rimasta aperta… in fieri… come sempre accadrà e va benissimo così, se sappiamo apprendere e tollerare la frustrazione di stare nel campo dell’indefinito per eccellenza. A fine giornata, mi sono accorta però, di come la questione mi ronzasse ancora in testa… ed ho provato a metterla nero su bianco per dar forma al mio pensiero a tal proposito, nel tentativo di sgombrare la mente e… andare a letto ad un orario decente! 🙂

Pensavo… l’essere umano è generalmente (psicofisiologicamente) incline a cercare di ‘dare senso e forma’ all’esperienza e per certi aspetti, il nostro Sistema Nervoso Centrale mal sopporta il ‘lasciare in sospeso’, (la Gestalt a tal proposito ci insegna molto) e, la ricerca di una figura divina totipotente dalla infinita forza generatrice, è un fenomeno che si colloca dai tempi dei tempi, in una posizione d’elezione, poiché in grado di “spiegare” e ‘dare senso e forma’ appunto, a ciò che di incommensurabilmente al di fuori della nostra comprensione, sfugge e sembra essere inafferrabile anche alle parole, ossia… che senso abbia la presenza dell’essere umano sulla terra e la sua stessa esistenza.

Ci siamo chiesti poi, quale fosse la nostra prima esperienza con il concetto di divino, se ci fosse un qualche legame con la nostra corporeità e la nostra spiritualità  e se tale legame, potesse essere condivisibile con chiunque… ed ho pensato alla vita, o meglio alla nascita (… che di fatto, ragionavamo con una mia amica tempo addietro, assieme alla morte è un’esperienza che accomuna tutti, con l’unico intoppo che solo di una delle due possiamo parlare ora!). 🙂

In fondo a ben vedere, l’esperienza della nascita, inclusi i nove mesi che la precedono, sono ciò che a livello incarnato, ci rapporta con la spiritualità del nostro corpo ed il suo contatto con il divino. Credo sia proprio lì che vengano poste le basi del nostro trascendere il corpo, entrando il contatto profondo ed epidermico con ciò che di infinito ed onnipotente è in noi e da senso e forma al nostro esistere. Sin dal concepimento siamo infatti inscritti e contenuti all’interno di un sistema complesso che provvede a nutrirci, darci vita… in qualche modo fornendo ‘senso’, inteso stavolta qui nella sua accezione etimologica più stretta, ossia all’aspetto che collega la percezione sensoriale come portatrice di significati ed in quanto tale, “Protomentale” per eccellenza [… con tale termine, utilizzato per la prima volta da Bion, si fa riferimento alle attività mentali elementari, presenti nel campo dell’esperienza sin dalla vita intrauterina ed alla loro imprescindibile connessione le originarie attività biologiche integrate nell’essere umano]… un sistema da noi sperimentato in prima battuta come onnipotente, un sistema di significato che si radica, ancorandosi in primis su canali cenestesici e propriocettivi, in una continua danza di confini e limiti da valicare ed in cui trovare un equilibrio, tra il dentro ed il fuori, tra il finito e l’infinito, tra l’onnipotenza e l’impotenza, tra il tutto ed il nulla… tra la vita e la morte, appunto. 

In sintesi, la nostra prima esperienza con la divinità e con la sua forza vitale e generatrice potrebbe esseree a mio avviso rintracciabile proprio a partire dal grembo materno. Mi balzavano infatti  agli occhi alcune similitudini su cui molto brevemente, mi soffermerò.

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L’esigenza nell’essere umano di far rifermento ad una divinità, che ci abbia generato con un disegno ben preciso… suona un pò come se tutti, avessimo bisogno di credere che siamo stati figli desiderati e voluti su questa terra per un motivo che, oltre a fornire senso e significato, è come se fosse in grado di fornire compiutezza e contenimento a ciò che per noi è molto difficile da sublimare… ossia l’incompiutezza, la caducità e la possibile “irragionevolezza” dell’ignoto, presente nel genere umano tutto; tale contenimento, prima di divenire cognitivo, io lo rintraccio già nell’abbraccio uterino, che definendo il dentro ed il fuori, contribuisce in maniera arcaica a dare un contenimento protomentale e se vogliamo una prima esperienza di armonia primaria tra noi e l’universo che ci contiene e che molto ha a che vedere con lo spirituale che abita il nostro corpo, ‘indicibile’ in quanto protomentale… fornendo senso alla nostra esistenza. Anche in seguito, per limiti oggettivamente biologici ed in maniera più esplicita, il neonato dipende completamente dalle figure genitoriali di riferimento, che arrivano ad essere simbolizzate ed idealizzate se vogliamo come divinità e che, attraverso lo scambio relazionale ed inevitabilmente, in un gioco di proiezioni, possono essere vissute e sperimentare come entità con potere di vita  e di morte su di lui (… di fatto è proprio così!) talvolta oblative, persecutorie o magari entrambe in rapida alternanza e per questo spesso confondenti (… qui ovviamente si spalancano altri scenari inerenti la qualità del nostro rapporto con esse e quello che nella nostra esperienza è possibile avere con qualsivoglia forma di spiritualità e legame col divino, ma per il momento preferisco sorvolare…); ricorda un pò ciò a cui la Klein si riferisce quando parla di ‘oggetto buono’ ed ‘oggetto cattivo’ e, anche… quell’ambivalente proiettare sull’imago sacra, sia la massima capacità di espressione d’Amore, ma anche di forza vendicativa più caratteristica del Vecchio Testamento. 

Ed ancora basti pensare anche a cosa accade, quando con il trascorrere degli anni, facciamo esperienza  del fatto che le nostre figure genitoriali di riferimento, possono non essere poi così perfette tali come avevamo avuto bisogno e necessità di idealizzarle… in quel momento ci si può imbattere nel ‘crollo degli ideali genitoriali’, ci si può sentire soli ed abbandonati al proprio destino, persi, privi di senso… e mi viene spontaneo accomunare tale condizione a quello stato di prostrazione e ‘depressione anaclitica’ (e non) che si tocca quando viene meno la fede, in questo caso in Dio, quando non abbiamo più la speranza, anzi, la certezza che un ordine superiore ci sostenga, accolga, protegga per come siamo e dia senso ed impulso vitale al nostro essere nel mondo. Inoltre e senza voler essere provocatoria, la figura di Dio, qualunque esso sia… un pò come il concetto di “amico immaginario”, coperta di Linus di molti bimbi in età evolutiva… può assolvere a diverse funzioni tra cui anche quella di non lasciarci mai soli, di rassicurarci che non ci tradirà, né abbandonerà mai ed è proprio ciò cui fondamentalmente abbiamo bisogno di tendere, nel momento in cui ci rapportiamo in età adulta con una dimensione intima, più sfaccettata e spirituale di noi stessi… proprio come abbiamo avuto bisogno di credere e percepire che il nostro caregiver era sempre presente, rassicurante ed infinitamente accogliente. Infine riflettevo… sostanzialmente il nostro legame con le figure genitoriali, in primis la madre… femminino sacro, il nostro originario ‘sacro Graal’… è nelle nostre viscere sin dall’alba della nostra esistenza corporea… non sarà casuale che per quanto concerne le lingue di origine latina, il termine derivi dal latino ‘Deus’ e che, connesso con la sua radice indoeuropea, gli venga attribuito il valore di “luminoso, splendente”… e noi quando nasciamo, letteralmente, “veniamo alla luce”! In definitiva il nostro corpo è intriso di spiritualità… sin dal concepimento! 🙂

STAY GROUNDED ♥

Pillole di Bioenergetica 12/07/2016

Il terapeuta come “battipanni” talvolta, ma non solo!

Portarsi in un contesto psicoterapico… inizialmente può essere un movimento in cui, simbolicamente si scuote un tappeto fuori dalla finestra lasciandolo poi a prendere aria, in cui letteralmente ci si espone in tutte le proprie fragilità e parti “sconvenienti” nella silente attesa che l’altro le accolga e ne faccia qualcosa di costruttivo, in qualche modo per così dire c’è un’iniziale aspettativa di delega, talvolta passiva, della ‘rottamazione’. Ritengo però sia di estrema importanza porre attenzione su un passaggio concomitante e successivo, ossia quello in cui il terapeuta oltre a facilitare tale fisiologico processo (che trae le sue radici e la sua pervicacia nell’originaria quanto necessaria idealizzazione genitoriale)… gradualmente accompagni ed aiuti il paziente a ridimensionare tale aspettativa salvifica deposta nelle mani di un terapeuta a volte percepito come “totipotente”, in favore di una co-costruzione di significato che ricollochi il paziente stesso in contatto con la sua creatività resiliente e la padronanza di sé e del proprio inconscio corporeo, riponendo nelle sue mani e nei suoi piedi… la facoltà di uscire da uno stato di impotenza appresa, per fare esperienza della propria vitalità.

Entrare poi in contatto con le proprie risorse ed apprendere a gestirle, senza disperdere energie e dissipare il proprio tesoro interiore… è certamente un’altra fetta dell’affascinante percorso terapeutico alla scoperta di sé.

“Dovete considerare gli insegnamenti verbali dei maestri come i vostri nemici mortali. Se non riuscite ad andare oltre, sarete ingannati” ~ Tung-Shan

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STAY GROUNDED ♥