Pillole di Bioenergetica 13/07/2016

Il grembo materno è la prima esperienza protomentale di Dio!

Giusto stamattina, mi trovavo a ragionare assieme ad un caro amico della spiritualità e del suo legame con il corpo… ed in un primo momento confesso di aver avuto un attimo di spaesamento, come se non scorgessi in realtà alcun legame e questa fosse una questione molto distante da me a livello epidermico ed emotivo, da cui mi sono sempre un pò difesa ponendo distanza… soprattutto per quanto concerne il suo intrecciarsi con aspetti connessi al culto delle religioni. Ci si interrogava su quale fosse il legame tra la spiritualità ed il corpo e come rendere questo legame semplice ed accessibile a chiunque… la nostra conversazione è ovviamente rimasta aperta… in fieri… come sempre accadrà e va benissimo così, se sappiamo apprendere e tollerare la frustrazione di stare nel campo dell’indefinito per eccellenza. A fine giornata, mi sono accorta però, di come la questione mi ronzasse ancora in testa… ed ho provato a metterla nero su bianco per dar forma al mio pensiero a tal proposito, nel tentativo di sgombrare la mente e… andare a letto ad un orario decente! 🙂

Pensavo… l’essere umano è generalmente (psicofisiologicamente) incline a cercare di ‘dare senso e forma’ all’esperienza e per certi aspetti, il nostro Sistema Nervoso Centrale mal sopporta il ‘lasciare in sospeso’, (la Gestalt a tal proposito ci insegna molto) e, la ricerca di una figura divina totipotente dalla infinita forza generatrice, è un fenomeno che si colloca dai tempi dei tempi, in una posizione d’elezione, poiché in grado di “spiegare” e ‘dare senso e forma’ appunto, a ciò che di incommensurabilmente al di fuori della nostra comprensione, sfugge e sembra essere inafferrabile anche alle parole, ossia… che senso abbia la presenza dell’essere umano sulla terra e la sua stessa esistenza.

Ci siamo chiesti poi, quale fosse la nostra prima esperienza con il concetto di divino, se ci fosse un qualche legame con la nostra corporeità e la nostra spiritualità  e se tale legame, potesse essere condivisibile con chiunque… ed ho pensato alla vita, o meglio alla nascita (… che di fatto, ragionavamo con una mia amica tempo addietro, assieme alla morte è un’esperienza che accomuna tutti, con l’unico intoppo che solo di una delle due possiamo parlare ora!). 🙂

In fondo a ben vedere, l’esperienza della nascita, inclusi i nove mesi che la precedono, sono ciò che a livello incarnato, ci rapporta con la spiritualità del nostro corpo ed il suo contatto con il divino. Credo sia proprio lì che vengano poste le basi del nostro trascendere il corpo, entrando il contatto profondo ed epidermico con ciò che di infinito ed onnipotente è in noi e da senso e forma al nostro esistere. Sin dal concepimento siamo infatti inscritti e contenuti all’interno di un sistema complesso che provvede a nutrirci, darci vita… in qualche modo fornendo ‘senso’, inteso stavolta qui nella sua accezione etimologica più stretta, ossia all’aspetto che collega la percezione sensoriale come portatrice di significati ed in quanto tale, “Protomentale” per eccellenza [… con tale termine, utilizzato per la prima volta da Bion, si fa riferimento alle attività mentali elementari, presenti nel campo dell’esperienza sin dalla vita intrauterina ed alla loro imprescindibile connessione le originarie attività biologiche integrate nell’essere umano]… un sistema da noi sperimentato in prima battuta come onnipotente, un sistema di significato che si radica, ancorandosi in primis su canali cenestesici e propriocettivi, in una continua danza di confini e limiti da valicare ed in cui trovare un equilibrio, tra il dentro ed il fuori, tra il finito e l’infinito, tra l’onnipotenza e l’impotenza, tra il tutto ed il nulla… tra la vita e la morte, appunto. 

In sintesi, la nostra prima esperienza con la divinità e con la sua forza vitale e generatrice potrebbe esseree a mio avviso rintracciabile proprio a partire dal grembo materno. Mi balzavano infatti  agli occhi alcune similitudini su cui molto brevemente, mi soffermerò.

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L’esigenza nell’essere umano di far rifermento ad una divinità, che ci abbia generato con un disegno ben preciso… suona un pò come se tutti, avessimo bisogno di credere che siamo stati figli desiderati e voluti su questa terra per un motivo che, oltre a fornire senso e significato, è come se fosse in grado di fornire compiutezza e contenimento a ciò che per noi è molto difficile da sublimare… ossia l’incompiutezza, la caducità e la possibile “irragionevolezza” dell’ignoto, presente nel genere umano tutto; tale contenimento, prima di divenire cognitivo, io lo rintraccio già nell’abbraccio uterino, che definendo il dentro ed il fuori, contribuisce in maniera arcaica a dare un contenimento protomentale e se vogliamo una prima esperienza di armonia primaria tra noi e l’universo che ci contiene e che molto ha a che vedere con lo spirituale che abita il nostro corpo, ‘indicibile’ in quanto protomentale… fornendo senso alla nostra esistenza. Anche in seguito, per limiti oggettivamente biologici ed in maniera più esplicita, il neonato dipende completamente dalle figure genitoriali di riferimento, che arrivano ad essere simbolizzate ed idealizzate se vogliamo come divinità e che, attraverso lo scambio relazionale ed inevitabilmente, in un gioco di proiezioni, possono essere vissute e sperimentare come entità con potere di vita  e di morte su di lui (… di fatto è proprio così!) talvolta oblative, persecutorie o magari entrambe in rapida alternanza e per questo spesso confondenti (… qui ovviamente si spalancano altri scenari inerenti la qualità del nostro rapporto con esse e quello che nella nostra esperienza è possibile avere con qualsivoglia forma di spiritualità e legame col divino, ma per il momento preferisco sorvolare…); ricorda un pò ciò a cui la Klein si riferisce quando parla di ‘oggetto buono’ ed ‘oggetto cattivo’ e, anche… quell’ambivalente proiettare sull’imago sacra, sia la massima capacità di espressione d’Amore, ma anche di forza vendicativa più caratteristica del Vecchio Testamento. 

Ed ancora basti pensare anche a cosa accade, quando con il trascorrere degli anni, facciamo esperienza  del fatto che le nostre figure genitoriali di riferimento, possono non essere poi così perfette tali come avevamo avuto bisogno e necessità di idealizzarle… in quel momento ci si può imbattere nel ‘crollo degli ideali genitoriali’, ci si può sentire soli ed abbandonati al proprio destino, persi, privi di senso… e mi viene spontaneo accomunare tale condizione a quello stato di prostrazione e ‘depressione anaclitica’ (e non) che si tocca quando viene meno la fede, in questo caso in Dio, quando non abbiamo più la speranza, anzi, la certezza che un ordine superiore ci sostenga, accolga, protegga per come siamo e dia senso ed impulso vitale al nostro essere nel mondo. Inoltre e senza voler essere provocatoria, la figura di Dio, qualunque esso sia… un pò come il concetto di “amico immaginario”, coperta di Linus di molti bimbi in età evolutiva… può assolvere a diverse funzioni tra cui anche quella di non lasciarci mai soli, di rassicurarci che non ci tradirà, né abbandonerà mai ed è proprio ciò cui fondamentalmente abbiamo bisogno di tendere, nel momento in cui ci rapportiamo in età adulta con una dimensione intima, più sfaccettata e spirituale di noi stessi… proprio come abbiamo avuto bisogno di credere e percepire che il nostro caregiver era sempre presente, rassicurante ed infinitamente accogliente. Infine riflettevo… sostanzialmente il nostro legame con le figure genitoriali, in primis la madre… femminino sacro, il nostro originario ‘sacro Graal’… è nelle nostre viscere sin dall’alba della nostra esistenza corporea… non sarà casuale che per quanto concerne le lingue di origine latina, il termine derivi dal latino ‘Deus’ e che, connesso con la sua radice indoeuropea, gli venga attribuito il valore di “luminoso, splendente”… e noi quando nasciamo, letteralmente, “veniamo alla luce”! In definitiva il nostro corpo è intriso di spiritualità… sin dal concepimento! 🙂

STAY GROUNDED ♥

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2 thoughts on “Pillole di Bioenergetica 13/07/2016

  1. Bell’articolo! Grazie Monica. Anche io penso che il nostro corpo sia intriso di spiritualità. Una spiritualità incarnata… che percepiamo nelle variazioni corporee quando siamo davanti ad un paesaggio campestre, vasto e silenzioso, quando contempliamo le onde e il rumore della risacca del mare. Quando, attraverso queste occasioni di connessione con l’Universo, facciamo esperienza – magari solo temporaneamente – di scendere nel corpo di abitare le membra di sentire che siamo carne che pulsa!
    Lucio Sebastiani

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