Pillole di Bioenergetica 17/08/2016

L’esperienza estetica accessibile ai nostri sensi, ci parla di noi!

“L’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro” E. Munch

In questi giorni mi è capitato di far caso a come sia possibile rintracciabile una sorta linea emotiva interiore nel rapporto che talvolta capita di avere con l’arte… come metafora del nostro sguardo sul mondo, sia esso interiore o quello che circonda i nostri sensi… ma anche al modo in cui l’arte riesce a cogliere aspetti profondamente epidermici del nostro entrare in contatto con i nostri vissuti e con aspetti di noi spesso sopiti o nascosti anche a noi stessi. Accade infatti che l’acume stesso dei sensi che si rivolgono a ciò che abbiamo attorno, filtrino la realtà per come essa impatta su di noi, sugli occhi che sappiamo rivolgere a quanto viviamo ed esperiamo attraverso il nostro percetto… finendo magari col tracciare un percorso di crescita interiore che parli di noi e che evolve nel gusto e nel piacere che man mano riscontriamo nella qualità dell’esperienza estetica che possiamo sentirci di fruire. L’arte può dunque divenire testimone della qualità di contatto che possiamo desiderare di intessere con la realtà in cui siamo immersi, della nostra intima risonanza con l’emozione, del contatto con noi stessi e con gli altri… divenendo di fatto una sorta di trasduttore della nostra evoluzione, contenitore che risuona e lenisce.

E’ quindi possibile osservare come alcune opere più di altre, con i propri soggetti ed i temi scelti, gli stili utilizzati… nel corso della propria vita, abbiano saputo catturare la nostra attenzione e… magari, porgendo oggi un rinnovato sguardo ad esse, sfiorare la sensazione che ciascuna di esse abbia saputo catturare e dare voce, senso e melodia a delle parti di noi.

Ed esempio le pennellate sfocate di Monet ed i suoi paesaggi melanconici possono parlarci della necessità e del bisogno struggente di aprirsi al mondo esterno ma contemporaneamente attutendone l’impatto attraverso una messa a fuoco meno nitida, quasi come se una visione miopica del mondo, rendesse meno densa la paura dell’aprirsi, dell’andare verso e potesse quindi ammantarsi di un rassicurante velo di protezione in cui pur essendo presenti, ci si colloca a distanza di sicurezza. Oppure, le opere futuriste con il loro frequente rimando al movimento catturato e trattenuto nella tela e l’impellente bisogno di scomporre e frammentare l’immagine, potrebbero parlarci della difficoltà di ‘stare’ nel qui ed ora quasi come se una mordente ansia spingesse sempre a scomporre, parcellizzare i propri vissuti per poterli meglio gestire, proiettandosi ad un passo dagli stessi, verso la promessa che ciò che deve essere, sarà certamente più appagante. O anche, il surrealismo di René Magritte, che non si avvicina al reale per definirlo e descriverlo, ma per svelarne il mistero che lo avvolge, l’onirico sopito in esso, l’illusione e l’estraneità al far esperienza del consueto, uno sguardo che cortocircuita l’aspettativa di ciò che è sempre stato, abbracciando ciò che potrebbe essere, se solo ci si lasciasse la libertà di osservarla decontestualizzandone il significato, senza imbrigliare lo sguardo in preconcetti castranti. I lavori di Munch dai colori densi e vibranti, proiettati verso una viscerale introspezione dell’angoscia esistenziale, sembra dare forma ad emozioni senza filtro, che impattano vivide con tutta la loro bramosia di sviscerare la follia che uno sguardo può tradire o quel senso di derealizzazione sempre incombente e minaccioso; come se, attraverso il rispecchiarsi e sintonizzarsi nel ‘disperante’ altrui, egli trovasse contenimento a questi stati emotivi virulenti e trovasse forse una qualche forma di conforto scaturita dalla condivisione o come lui stesso spiega “… Si dipingeranno esseri viventi che hanno respirato, sentito, sofferto e amato (…) In generale l’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro. Io non credo in un’arte che non nasce da una forza, spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore. Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore. L’arte è il sangue del nostro cuore”.  Ed ancora, le opere di Hopper, che dava l’impressione di saper ‘dipingere il silenzio’ e la luminescenza irreale di atmosfere di muta inquietudine che così bene sanno cogliere le pieghe di certe solitudini crepuscolari, portando lo sguardo dei personaggi delle proprie tele, lontani, al di là di esse quasi perse verso un orizzonte non condivisibile con chi osserva il dipinto e parlano di attese e solitudini invalicabili, inesprimibili. Le operazioni dissacratorie e ludiche della Pop-art e le successive opere di Jean-Michel Basquiat  che così bene colgono l’essenza irriverente e rabbiosa del nostro bambino interiore ferito. Ed infine le opere dell’Iperrealismo che sembrano aprire il percetto a ciò che è nel qui ed ora, definito, nitido in tutta la sua ricca complessità, sacrificando forse a volte per eccesso di aderenza al reale, quello sguardo parziale ed emotivo che fa da cassa di risonanza al nostro sentire.

Viene dunque da chiedersi quando siamo stati avvolti dal piacere estetico e talvolta estatico per quell’opera, quell’artista o quella particolare corrente, in che momento della nostra vita eravamo? E se dovessimo tracciare un percorso ideale di ciò che ha rapito i nostri sensi finora, quale storia racconterebbe di noi… che tipo di apertura sentivamo e sentiamo di avere… a quale livello ci corrisponde… ed ancora quali di questi erano solo ‘amori passeggeri’ che narravano uno stato fugace del nostro divenire, mentre altri ancora adesso descrivono dei nostri tratti distintivi?

STAY GROUNDED ♥

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