Pillole di Bioenergetica 24/07/2017

Ansia, colpa e … sospensione riparativa in terapia

In questi giorni riflettevo su quanto complesso sia l’intrico dei percorsi trasformativi. Si ricorre ad una psicoterapia sostanzialmente perché non si è più in grado di trarre piacere dalla vita oppure perché si arriva al punto in cui il malessere percepito è tale, da rendere imprescindibile quello scatto di reni, attraverso lo sguardo altro di un professionista, per dare un giro di boa ed assestare la rotta sui propri bisogni… ristabilendo un rinnovato ordine delle cose.

Spesso si approda in seduta, sopraffatti da un senso di smarrimento, ansia, angoscia, panico… la paura di vivere a causa dello sgretolarsi del sistema di credenze che sinora può aver sorretto le proprie certezze o magari il vedere il proprio stato di malessere come pervasivo e totalizzante… ciò può lasciare letteralmente senza fiato, con lo sguardo perso nel non saper che risorse porre in essere… in che direzione guardare e forse soprattutto se quel presunto stato di benessere, tanto anelato realmente esista, sia possibile ed accessibile.

In questa fase in cui si sta sospesi sul ciglio del proprio respiro, con l’acqua alla gola… lo spazio psicoterapico diviene uno spazio di sospensione riparativa… come quando da piccoli al mare, mentre si faceva il bagno, si rivoltava il canotto per gioco e si rimaneva sospesi e protetti in uno luogo a metà strada tra il sogno e la realtà, tra il conscio e l’inconscio, in una dimensione di ludica attesa che dava ossigeno, pur lasciandoci in uno stato di sospensione liquida. Nel campo psicoterapico, in un certo senso, la relazione tra terapeuta e paziente può divenire quella bolla d’aria, in mezzo alla tempesta… una zona franca in cui porsi in quella sospensione riparativa, per il tempo necessario a riprendere fiato ed affrontare il mare aperto delle proprie emozioni e puntare dritti verso il faro del proprio Vero sé.

Certamente accedere alla possibilità di accogliere il piacere ed il benessere nella propria vita, non è un fatto banale… a mio avviso, risulta cruciale la curiosa intuizione nel paziente, che qualcosa di buono, oltre quel velo da squarciare potrebbe esserci davvero… e parimenti la fiducia del terapeuta nel paziente è altro elemento essenziale. Da queste trame inizia ad intessersi una rete neurale di fiducia nelle implicazioni del campo relazionale  stesso, che consentirà attraverso continue rimodulazioni, assestamenti perfettibili soprattutto di dribblare l’ansia, l’angoscia ed i sensi di colpa per un ‘bene’ desiderabile, ma che non osiamo afferrare e portare a noi.

Mi sono chiesta come mai, in molti degli scatti trasformativi che emergono nelle fasi propulsive del percorso terapeutico, affiorassero come redini tenute strette i sensi di colpa nei pazienti e ciò che credo sia il nucleo alla base è il contrasto e l’estenuante lotta implicita verso un pervasivo senso d’impotenza. Provo a chiarire il mio pensiero… ad esempio, quando si è piccoli e si è esposti a situazioni più o meno traumatiche, eclatanti o cumulative, reiterate o episodiche… la sensazione prevalente è che tutto sfugga al proprio controllo ed alla comprensione, in primis sfugge il senso stesso dell’evento traumatogeno. Si sperimenta dunque un senso di confusione e sopraffazione dal malessere. Unitamente a ciò, se l’esposizione a tali costellazioni traumatiche a livello evolutivo è molto precoce, si hanno altresì a disposizione scarse competenze cognitive per comprendere il contesto e la complessità di quanto stia accadendo (Ex: si pensi a bambini che assistono a liti furibonde in casa sin dalla più tenera età…). In questo magma, l’unica zavorra a cui aggrapparsi è un pensiero che, talvolta protomentale sebbene fondamentalmente disfunzionale, rimane comunque un appiglio nel caos… “Accade ciò per colpa mia, sono io il responsabile!” ristabilendo una sorta di equilibrio illusorio di onnipotente controllo di quanto ci accade attorno, poiché: ‘Se dipende da me… ne consegue idealmente che potrò porvi rimedio‘… se al contrario ciò che accade dipende dagli altri o da altro-fuori-da-sé, ‘Sono impotente ed immobilizzato‘ in un impasse che spezza il fiato e blocca l’agire… dunque assumendo su di sé le colpe di quanto subìto, in sintesi ci si colloca ad un immaginifico totipotente timone, come se tutto poi ci riguardasse e si avesse il reale potere di poter dirigere il traffico emotivo dell’universo relazionale che ci si muove attorno. Se ciò in età adulta… diviene un sistema collaudato e rigido cui attingere di frequente nella lettura del mondo, si potrà avere ad esempio (ma è solo un marginale esempio dei possibili assetti caratteriali) una spiccata tendenza a sobbarcarsi di molte responsabilità o situazioni estremante intricate, claustrofobiche al punto da rendere molto complesso accedere anche solo all’idea di lasciar andare e ripartire da sé, per una efficace autoregolazione e gestione della possibilità di entrare in contatto col piacere di esserci.

Il contesto terapeutico, nel tempo, attraverso una buona alleanza ed uno spazio non giudicante… radica nella realtà del corpo, nella responsabilità che si ha verso sé stessi… ossia quella di porre le basi del cambiamento a partire da sé stessi, abbandonando le zavorre illusorie delle aspettative dei cambiamenti che vorremmo poter vedere negli altri… ripartendo da quel sé troppo a lungo dimenticato. In terapia si permette al paziente di sperimentare una diversa qualità dello stare in relazione con sé stessi e con gli altri… accedendo alle proprie potenzialità trasformative e dunque a campi sempre più liberi da costrizioni e infingimenti, ma soprattutto liberi dalla morsa di quell’ansia intesa come ‘paura di avere paura’, senza la quale sembrava impossibile poter essere ciò che si è ed asserire con fermezza il proprio diritto di esistere al di là della paura.

STAY GROUNDED ❤

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