Pillole di Bioenergetica 09/05/2017

Dal lettino alla dimensione corporea bioenergetica:

… implicito fiorire dell’attenzione al corpo del paziente

Di recente ho avuto l’opportunità di visitare la casa-studio di Sigmund Freud ed Anna Freud, divenuto poi un museo… un luogo che ha accolto il padre della Psicoanalisi nel 1938, oramai anziano e non in buona salute, ma pur sempre molto impegnato ed attivo. Un luogo suggestivo, che mi ha colpito e fatto molto riflettere. Poter vedere a pochi passi da me in particolare il lettino ed il setting psicoanalitico in cui Freud praticava e metteva a punto la psicoanalisi, mi ha fatto pensare al rapporto che egli stesso ha avuto con il concetto di corpo e corporeità proprio nel contesto del setting analitico. Downing ci riferisce infatti di come, ci fu un periodo in cui Freud, praticava dei massaggi ai pazienti sdraiati, mentre saggiava la tecnica delle libere associazioni (procedura pare affatto desueta per i tempi, poichè si soleva suggerire periodi di riposo a pazienti sofferenti di ‘crisi di nervi’ – Downing, “Il corpo e la parola”, Astrolabio, 1995, pg. 327). Mi colpiva in particolare il fatto che, sebbene sia stata una modalità poi abbandonata da Freud, forse per le difficoltà che potevano poi insorgere in tema di trasfert e controtransfert (che da principio più che risorsa per il percorso terapeutico erano percepite come un ostacolo), inizialmente avesse colto nel corpo delle importanti implicazioni nel percorso psicoterapico. Freud elaborò il concetto di ‘controtransfert’ attorno al 1909-1910, valutandolo come uno scomodo ingombro, di cui il setting psicoanalitico doveva liberarsi quanto prima, poiché vissuto come intralcio all’analisi, in quanto espressione di conflitti inconsci irrisolti del terapeuta che venivano proiettati nella terapia ostacolandone il suo proseguire [Taverna A., Transfert e controtransfert, http://www.artiterapie.it/public/upload/transfert.pdf]. In questa fase dunque, il controtransfert veniva inteso come l’insieme delle sensazioni e degli atteggiamenti del terapeuta verso il paziente, mobilitati però dal paziente stesso. Freud dunque, percependo egodistonicamente l’intrusione di movimenti controtransferali, sosteneva infatti, ciò che per oltre tre decenni fu la visione predominante in campo psicoanalitico: “Abbiamo cominciato a considerare il controtransfert come un risultato dell’influenza esercitata dal paziente sui sentimenti inconsci dell’analista, e siamo giunti alla conclusione che il medico deve riconoscere e neutralizzare in sé stesso questo controtransfert[Carotenuto A., Osservazioni su alcuni aspetti del Transfert e Controtransfert, http://www.rivistapsicologianalitica.it/v2/PDF/1-1-1970-Transfert/I-1-1970_cap5.pdf].

Ciò premesso, mi veniva da riflettere su quanto comunque… il mettere il paziente in posizione distesa, sottendesse in maniera implicita, la possibilità per il paziente di accedere ad un campo di intimità sia con sé stesso, che con il terapeuta: di fatto ci si sdraia quando ci si vuole rilassare, quando si è in intimità con qualcuno con cui siamo in relazione o con noi stessi quando dormiamo… ossia quando ci mettiamo in una condizione di “apertura all’abbandono del corpo” e con essa alla possibilità di allentare seppur lievemente le tensioni croniche ed il controllo posturale che una situazione di altro genere, avrebbe potuto implicare… mi è dunque parso un invito gentile ad abbandonarsi ad uno stato regressivo che avrebbe potuto favorire una maggior messa a fuoco di quanto liberamente affiorava dal campo esperienziale del paziente. Sempre Downing (1995, pg. 328) citando una lezione tenuta da Freud ad un gruppo di studenti di medicina, sembra cogliere una sorta di fascinazione per quell’inestricabile integrazione tra mente e corpo alla quale si accostava, per poi allontanarsene:

Né la filosofia speculativa né la psicologia descrittiva o la cosiddetta psicologia sperimentale connessa alla fisiologia degli organi di senso, così come vengono insegnate nelle scuole, sono in grado di dirvi qualcosa di utile sulla relazione tra il corporeo e lo psichico” (1915, pg. 204)

Ho quindi riflettuto su quanta parte del corporeo fosse comunque presente, imprescindibile e fondamentale affinché un processo terapeutico, seppur grandemente mortificato nelle sue essenziali componenti relazionali ed interpersonali, avesse luogo.

Altra cosa che mi colpiva nello studio di Freud era l’ingente mole di reperti archeologici di varia provenienza e fattura… solleticava nella mia mente, come ciò profondamente richiamasse il suo interesse per l’evoluzione dell’umano e come in definitiva egli sia stato di fatto un vero e proprio archeologo della mente… cercando di sondare quel limite sottile quel valico talvolta indicibile, che impasta le dimensioni mente e corpo… cercando un varco verso l’inconscio incarnato del paziente, plasmandone l’individualità e la sua unicità di essere umano.

Infine mi sono imbattuta nel bassorilievo che raffigura la Gradiva ovvero “colei che cammina con grazia” [Si legga “Analisi bioenergetica. In compagnia della Gradiva”di Luisa Parmeggiani] … ritrovarla lì, certo non mi ha stupita, avendo Freud scritto un saggio ispirato ad uno scritto di W. Jensen intitolato “Il delirio e i sogni della Gradiva“… ma mi è sembrato come se tutto di colpo sintetizzasse il senso di un timido cammino che  in sé racchiudesse i primi germogli di un’attenzione, di una attrazione silente per ciò che di implicito il corpo del paziente ed il suo risuonare nel corpo del terapeuta sussurrano ed avevano saputo suscitare nel padre della psicoanalisi… un passaggio che parte dalla possibilità di abbandonare il proprio peso e le tante zavorre che il paziente trascinava all’interno delle sue contratture muscolari croniche o meno, delle somatizzazioni, dei disturbi da conversione… la possibilità dunque di cedere al sostegno del lettino e dunque accedere alla possibilità di farsi sostenere, nell’allentare il respiro, nel sondare l’insondabile nascosto nell’inconscio corporeo… per poi giungere alla funzione che il movimento aggraziato (seppur cristallizzato e possibile attraverso questo racconto scultureo) osa solo suggerire come fosse una promessa… un movimento che diviene corpo vissuto ed esperibile attraverso un cammino intrapreso… l’andare verso sé stessi e l’altro da sé, mantenendo radicamento ed armonia.

Da queste prime istantanee del setting terapeutico, di fatto ad oggi la dimensione corporea ha guadagnato grande rilievo… ce lo diceva Reich e poi Lowen padre dell’Analisi Bioenergetica, ce lo confermano oggi le neuroscienze… molto ancora c’è da conoscere… ma il cammino è cominciato e la curiosità si fa sempre più incarnata! 🙂

STAY GROUNDED ❤

Annunci

Dal Trauma alla Resilienza attraverso l’Analisi Bioenergetica

Due giornate dedicate all’esplorazione del trauma, dei suoi confini e delle risorse cui è possibile attingere nell’attraversarlo secondo l’ottica privilegiata dell’Analisi Bioenergetica. Il lavoro proposto è esperienziale e non teorico, i partecipanti attraverso esperienze individuali, diadiche o gruppali approfondiranno emozioni, sensazioni e vissuti in un processo di graduale riappropriazione della propria padronanza di Sé e forza vitale.

L’Intensivo si svolgerà nel week-end del 17 e 18 Giugno, con orario h10-13.00/14.30-16.30 (Zona San Giovanni – Roma).

  • Sarà possibile accedere all’Intensivo Esperienziale, previo colloquio conoscitivo gratuito.
  • Per gli allievi SIAB verranno certificate 10h di Terapia Bioenergetica di Gruppo.

~ Dott.a Monica Monteriù ~

Psicologa-Psicoterapeuta in Analisi Bioenergetica, con abilitazione alla conduzione di Classi di Esercizi Bioenergetici (SIAB). Dal 2005 in qualità di Gender-based Violence Expert, mi occupo di tematiche inerenti l’ambito dei maltrattamenti ed abusi. Sempre in quest’ottica dal 2009, presto servizio presso lo Sportello Donna gestito dalla Coop. Soc. Be Free, nell’area emergenziale di Pronto Soccorso, dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini.

Per informazioni ed iscrizioni: 338-6036151

25752c970a1e377a4787fed9333d3be4

Immagine su: Pinterest

A PIEDI NUDI NEL PARCO ∼ Classi di Esercizi Bioenergetici 2017

Al via la quarta edizione del ciclo di Classi di Esercizi Bioenergetici al Parco: 8 incontri (4 nel mese di Giugno, 4 a Luglio) per conoscere meglio sé stessi, radicarsi nelle proprie sensazioni e farle sbocciare, sciogliere le tensioni corporee e per trarre vitalità, vigore ed energia dagli elementi della natura attraverso la Bioenergetica.

Le classi di esercizi di Bioenergetica intendono aumentare, attraverso esperienze corporee calibrate, la propria mobilità corporea e respiratoria, promuovendo un maggior contatto con sé stessi, le proprie emozioni ed una maggiore consapevolezza di sé. Alleviando infatti le proprie tensioni croniche, si accompagnerà la persona nel riappropriarsi di una piena vitalità ed del proprio benessere emotivo.

Le sessioni di lavoro si terranno nel rigoglioso contesto di Villa Pamphilj (ingresso di Via Vitellia, 102), la cadenza prevista è la seguente:

Giugno 05, 12, 19, 26 e Luglio 03, 10, 17, 24

Gli incontri, della durata di un’ora, si svolgeranno ogni lunedì nella fascia oraria compresa dalle h18:30 alle h19.30 (in caso di condizioni climatiche avverse si concorderanno date sostitutive). Per chi fosse interessato a partecipare è richiesto un primo contatto telefonico conoscitivo, nel quale provvederò a fornire maggiori informazioni. Si consiglia un abbigliamento comodo, l’utilizzo di calzini antiscivolo e un tappetino da yoga (personale).

Nota: per gli allievi S.I.A.B. è possibile rilasciare la certificazione delle ore di frequenza.

Le classi saranno condotte da me: Dott.a Monica Monteriù [Psicologa-Psicoterapeuta, Conduttrice di Classi di Bioenergetica abilitata S.I.A.B – Società Italiana di Analisi Bioenergetica].

Per info ed iscrizioni: 338-6036151.

Pillole di Bioenergetica 23/04/2017

«Anche il ripristino dell’equilibrio e dell’avvicendamento tra istinto e ragione svolge un ruolo centrale nella guarigione della scissione mente/corpo. L’integrazione tra cervello e corpo, tra emisfero cerebrale destro e sinistro e tra le regioni del cervello primitive e quelle evolute favorisce l’interezza e ci rende più pienamente umani. Finché ciò non avviene siamo, come ha rilevato Margaret Mead, “l’anello mancante tra le scimmie antropomorfe e gli esseri umani”». P.A. Levine ❤
 
Ciò è assai più vero per quanto concerne le persone che si sono trovate, loro malgrado, a fare esperienza del trauma in ogni sua possibile accezione e sfaccettatura… proprio perché come da sempre sostengo… “Il trauma divide et impera” e se non opportunamente trattato ed elaborato in un setting psicoterapico che sappia coniugare tutte le dimensioni sopracitate, priva il soggetto della possibilità di accedere alla propria resilienza, poiché parcellizza l’esperienza, lasciando il soggetto intrappolato nell’immobilità della paura che il vortice del trauma sa innescare.
STAY GROUNDED ❤

Pillole di Bioenergetica 20/04/2017

Si ha vergogna di non essere più ricchi di cuore e di tutto ed anche di aver giudicato, nonostante tutto, l’umanità più bassa di quanto lo sia veramente. Soffrivo, veramente, per una volta, per tutti, per me, per lei, per tutti gli uomini. È forse questo che si cerca nel percorso della vita, niente altro che questo, la più grande sofferenza possibile per diventare sé stessi prima di morire” – Louis-Ferdinand Céline, “Viaggio al termine della notte”

Attraverso questi versi, un accenno a ciò che un percorso psicoterapico più rappresentare per alcuni… la riscoperta che è possibile riconciliarsi con quelle parti di sé umane, svincolandosi dal giudizio e dalla condanna verso sé stessi e gli altri… accorciare dunque le distanze tra l’impassibile gelo che può allontanare soprattutto dal sentirsi, dal sintonizzarsi con ciò che il proprio cuore è pur sempre in grado di comunicare… seppur magari impigrito dal disuso… è qui il passaggio saliente che in un certo senso, invita ad abbracciare il coraggio di riattraversare antichi dolori, per assaporarne la rinascita ed un rifiorire differente, più simile a ciò che realmente e finalmente dopo un lungo viaggio ci si può permettere di essere… la morte di cui si parla, a mio avviso può mormorare del lutto per l’idea precostituita di sé stessi… che ci è stata cucita addosso, indossata a malincuore per pura necessità di sopravvivenza, ma oramai non più funzionale è possibile lasciare andare… sebbene sulle prime possa spaventare la vertigine… del non saper ancora certezza chi si è, di che materia si è fatti… questo lutto del vecchio falso-sé, è un lutto da attraversare per accedere alla pienezza dell’esserci oggi, autenticamente e per intero… integrando ogni aspetto di sé e del racconto che ci porta!

STAY GROUNDED

Pillole di Bioenergetica 10/04/2017

Sono rari, rarissimi i momenti di vita in cui possiamo ritagliarci uno spazio per fare contatto con quanto di profondo, silente, potente ed imponente abbiamo in noi che scorre sottopelle…
In questi attimi di magia si può rimanere in un tempo eterno e sospeso a raccontarsi tantissime cose nel bagliore saettante di occhi brillanti di un inesprimibile sorriso… raccontandosi tutto di sé… senza bisogno di proferir parola, lasciandosi attraversare da sguardi di muta dolcezza, trattenuti e disciolti, liquidi.
Ed ancora il contatto, il tepore, lo sfioramento… l’indirizzarsi dove la calamita cutanea sa che può trovar pace ed accoglienza, dove c’è incastro e le parti collimano senza sforzo.
La saggezza epidermica è lì, un velo dopo l’altro a raccontarci da dove veniamo, ma soprattutto dove vorremmo andare… ed assieme a chi!

STAY GROUNDED IN YOUR SKIN

8ff29c1bb4c945162a7839a51b99eb07.jpg

Immagine su: Pinterest

Pillole di Bioenergetica 29/12/2016

Del CambiaMENTO e le favole che ci si racconta per arrestarlo

“Quanto dolore ci sono costate, tutte quelle paure che non si sono mai realizzate…”

Thomas Jefferson

Stasera assieme ad un caro amico riflettevo su che trappola mortifera sia, l’immobilità che scaturisce dalle proprie antiche (ed all’epoca più che legittime) paure…

Talvolta le iper-alimentiamo e le nutriamo delle nostre più catastrofiche aspettative, impiattandole con un ricco contorno di illusioni maligne, volte a scoraggiare ogni movimento dissimile e diverso da ciò che è sempre stato identico a sé stesso e, paradossalmente, quasi rassicurante seppur, almeno in parte, nocivo. Spesso infatti si rimane impantanati nel lamento stagnante, sguardo fisso su scenari ridondanti, sperimentando l’impotenza asfittica del vicolo cieco… più immaginifica che reale.

Dunque meglio il male noto che il bene ignoto? Un cambiamento, una svolta, un giro di boa in età adulta possono spaventare indicibilmente, ma oggi, nel presente che viviamo… potrebbero essere forse più in linea con le pieghe della propria crescita personale, arricchirci, renderci più simili a noi stessi. Il punto è che non si arriverà mai a scoprirlo  veramente, se non ci si pone nella disposizione d’animo, di correre il rischio di cambiare la prospettiva da cui si osserva il volto di quelle  stesse paure che ci ostacolano.

Eh sì… perché quelle paure talvolta le osserviamo a naso all’insù, come un bimbo piccino guarderebbe impotente un mostro gigantesco. E diamo loro credito… con la stessa ingenuità che avrebbe un bambino manipolato e raggirato. Ma a ben vedere oggi le cose forse, non stanno più proprio così come inconsciamente ce le raccontiamo… o abbiamo avuto bisogno di crederle così… per motivazioni oramai deteriorate, per preservare equilibri oramai logori.

Ostacolare il cambiamento è qualcosa che si oppone alla vita, la rende simulacro di sé stessa. E quindi mi chiedo se non sia meglio, arrivati per l’ennesima volta davanti ad un bivio tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere… abitare finalmente quelle paure, cimentarsi in questo incontro prendendole per mano e rendendole reali, correndo il rischio di calarle nel ‘qui ed ora‘ delle nostre concrete difficoltà e possibilità, sporcarcisi anche un pò le mani… ma almeno viverle confrontandosi con un presente vivificato, non più opaco, inafferrabile, abitato da fantasmi lontani; un presente dunque più vero e autentico… non più edulcorato e menzognero, non più mostruoso e lusinghiero.

Proviamo ad abitare le nostre paure a dar loro corpo e respiro… radichiamole nella realtà del nostro esserci e stiamo a vedere che succede… chissà che qualcosa di nuovo, non arrivi a sorprenderci positivamente! 🙂

STAY GROUNDED ♥

Pillole di Bioenergetica 20/08/2016

The work of the eyes is done. Go now and do the heart-work on the images imprisoned within you.” ∼ Rainer Maria Rilke

〈”Il lavoro degli occhi è fatto.
Adesso và e sbriga il lavoro del cuore
sulle immagini imprigionate in te.“〉
Una meravigliosa sintesi di ciò che potrebbe essere rappresentativo del lavoro che si svolge con pazienti che approdano nel setting psicoterapico, perchè hanno difficoltà ad uscire da quella ‘stanza-prigione della mente’ in cui sono così sicuri ed al contempo così soli… un luogo in cui, dalla loro nascita, hanno imparato fino troppo bene ad utilizzare una sorta di “modalità voyeristica” di prender parte alla propria vita, osservandola da lontano in un muto dialogo interno, quasi mai interpersonale come se fossero in una ‘sala prove privata’ [Bromberg – 1998 pg. 29] in cui l’unico modo di sentirsi reali fosse nell’incomunicabile ritiro all’interno di sé .
L’invito dunque con questi versi ‘lenitivi’ ed incoraggianti è quello di non aver timore ad ‘uscire da sé’… e, per dirla ancora attraverso le parole di Bromberg “sperimentarsi nel vivere la vita con un pieno coinvolgimento emotivo”!
STAY GROUNDED ❤ GIVE HEART TO YOUR EYES!

Pillole di Bioenergetica 17/08/2016

L’esperienza estetica accessibile ai nostri sensi, ci parla di noi!

“L’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro” E. Munch

In questi giorni mi è capitato di far caso a come sia possibile rintracciabile una sorta linea emotiva interiore nel rapporto che talvolta capita di avere con l’arte… come metafora del nostro sguardo sul mondo, sia esso interiore o quello che circonda i nostri sensi… ma anche al modo in cui l’arte riesce a cogliere aspetti profondamente epidermici del nostro entrare in contatto con i nostri vissuti e con aspetti di noi spesso sopiti o nascosti anche a noi stessi. Accade infatti che l’acume stesso dei sensi che si rivolgono a ciò che abbiamo attorno, filtrino la realtà per come essa impatta su di noi, sugli occhi che sappiamo rivolgere a quanto viviamo ed esperiamo attraverso il nostro percetto… finendo magari col tracciare un percorso di crescita interiore che parli di noi e che evolve nel gusto e nel piacere che man mano riscontriamo nella qualità dell’esperienza estetica che possiamo sentirci di fruire. L’arte può dunque divenire testimone della qualità di contatto che possiamo desiderare di intessere con la realtà in cui siamo immersi, della nostra intima risonanza con l’emozione, del contatto con noi stessi e con gli altri… divenendo di fatto una sorta di trasduttore della nostra evoluzione, contenitore che risuona e lenisce.

E’ quindi possibile osservare come alcune opere più di altre, con i propri soggetti ed i temi scelti, gli stili utilizzati… nel corso della propria vita, abbiano saputo catturare la nostra attenzione e… magari, porgendo oggi un rinnovato sguardo ad esse, sfiorare la sensazione che ciascuna di esse abbia saputo catturare e dare voce, senso e melodia a delle parti di noi.

Ed esempio le pennellate sfocate di Monet ed i suoi paesaggi melanconici possono parlarci della necessità e del bisogno struggente di aprirsi al mondo esterno ma contemporaneamente attutendone l’impatto attraverso una messa a fuoco meno nitida, quasi come se una visione miopica del mondo, rendesse meno densa la paura dell’aprirsi, dell’andare verso e potesse quindi ammantarsi di un rassicurante velo di protezione in cui pur essendo presenti, ci si colloca a distanza di sicurezza. Oppure, le opere futuriste con il loro frequente rimando al movimento catturato e trattenuto nella tela e l’impellente bisogno di scomporre e frammentare l’immagine, potrebbero parlarci della difficoltà di ‘stare’ nel qui ed ora quasi come se una mordente ansia spingesse sempre a scomporre, parcellizzare i propri vissuti per poterli meglio gestire, proiettandosi ad un passo dagli stessi, verso la promessa che ciò che deve essere, sarà certamente più appagante. O anche, il surrealismo di René Magritte, che non si avvicina al reale per definirlo e descriverlo, ma per svelarne il mistero che lo avvolge, l’onirico sopito in esso, l’illusione e l’estraneità al far esperienza del consueto, uno sguardo che cortocircuita l’aspettativa di ciò che è sempre stato, abbracciando ciò che potrebbe essere, se solo ci si lasciasse la libertà di osservarla decontestualizzandone il significato, senza imbrigliare lo sguardo in preconcetti castranti. I lavori di Munch dai colori densi e vibranti, proiettati verso una viscerale introspezione dell’angoscia esistenziale, sembra dare forma ad emozioni senza filtro, che impattano vivide con tutta la loro bramosia di sviscerare la follia che uno sguardo può tradire o quel senso di derealizzazione sempre incombente e minaccioso; come se, attraverso il rispecchiarsi e sintonizzarsi nel ‘disperante’ altrui, egli trovasse contenimento a questi stati emotivi virulenti e trovasse forse una qualche forma di conforto scaturita dalla condivisione o come lui stesso spiega “… Si dipingeranno esseri viventi che hanno respirato, sentito, sofferto e amato (…) In generale l’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro. Io non credo in un’arte che non nasce da una forza, spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore. Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore. L’arte è il sangue del nostro cuore”.  Ed ancora, le opere di Hopper, che dava l’impressione di saper ‘dipingere il silenzio’ e la luminescenza irreale di atmosfere di muta inquietudine che così bene sanno cogliere le pieghe di certe solitudini crepuscolari, portando lo sguardo dei personaggi delle proprie tele, lontani, al di là di esse quasi perse verso un orizzonte non condivisibile con chi osserva il dipinto e parlano di attese e solitudini invalicabili, inesprimibili. Le operazioni dissacratorie e ludiche della Pop-art e le successive opere di Jean-Michel Basquiat  che così bene colgono l’essenza irriverente e rabbiosa del nostro bambino interiore ferito. Ed infine le opere dell’Iperrealismo che sembrano aprire il percetto a ciò che è nel qui ed ora, definito, nitido in tutta la sua ricca complessità, sacrificando forse a volte per eccesso di aderenza al reale, quello sguardo parziale ed emotivo che fa da cassa di risonanza al nostro sentire.

Viene dunque da chiedersi quando siamo stati avvolti dal piacere estetico e talvolta estatico per quell’opera, quell’artista o quella particolare corrente, in che momento della nostra vita eravamo? E se dovessimo tracciare un percorso ideale di ciò che ha rapito i nostri sensi finora, quale storia racconterebbe di noi… che tipo di apertura sentivamo e sentiamo di avere… a quale livello ci corrisponde… ed ancora quali di questi erano solo ‘amori passeggeri’ che narravano uno stato fugace del nostro divenire, mentre altri ancora adesso descrivono dei nostri tratti distintivi?

STAY GROUNDED ♥