Pillole di Bioenergetica 20/04/2017

Si ha vergogna di non essere più ricchi di cuore e di tutto ed anche di aver giudicato, nonostante tutto, l’umanità più bassa di quanto lo sia veramente. Soffrivo, veramente, per una volta, per tutti, per me, per lei, per tutti gli uomini. È forse questo che si cerca nel percorso della vita, niente altro che questo, la più grande sofferenza possibile per diventare sé stessi prima di morire” – Louis-Ferdinand Céline, “Viaggio al termine della notte”

Attraverso questi versi, un accenno a ciò che un percorso psicoterapico più rappresentare per alcuni… la riscoperta che è possibile riconciliarsi con quelle parti di sé umane, svincolandosi dal giudizio e dalla condanna verso sé stessi e gli altri… accorciare dunque le distanze tra l’impassibile gelo che può allontanare soprattutto dal sentirsi, dal sintonizzarsi con ciò che il proprio cuore è pur sempre in grado di comunicare… seppur magari impigrito dal disuso… è qui il passaggio saliente che in un certo senso, invita ad abbracciare il coraggio di riattraversare antichi dolori, per assaporarne la rinascita ed un rifiorire differente, più simile a ciò che realmente e finalmente dopo un lungo viaggio ci si può permettere di essere… la morte di cui si parla, a mio avviso può mormorare del lutto per l’idea precostituita di sé stessi… che ci è stata cucita addosso, indossata a malincuore per pura necessità di sopravvivenza, ma oramai non più funzionale è possibile lasciare andare… sebbene sulle prime possa spaventare la vertigine… del non saper ancora certezza chi si è, di che materia si è fatti… questo lutto del vecchio falso-sé, è un lutto da attraversare per accedere alla pienezza dell’esserci oggi, autenticamente e per intero… integrando ogni aspetto di sé e del racconto che ci porta!

STAY GROUNDED

Pillole di Bioenergetica 10/04/2017

Sono rari, rarissimi i momenti di vita in cui possiamo ritagliarci uno spazio per fare contatto con quanto di profondo, silente, potente ed imponente abbiamo in noi che scorre sottopelle…
In questi attimi di magia si può rimanere in un tempo eterno e sospeso a raccontarsi tantissime cose nel bagliore saettante di occhi brillanti di un inesprimibile sorriso… raccontandosi tutto di sé… senza bisogno di proferir parola, lasciandosi attraversare da sguardi di muta dolcezza, trattenuti e disciolti, liquidi.
Ed ancora il contatto, il tepore, lo sfioramento… l’indirizzarsi dove la calamita cutanea sa che può trovar pace ed accoglienza, dove c’è incastro e le parti collimano senza sforzo.
La saggezza epidermica è lì, un velo dopo l’altro a raccontarci da dove veniamo, ma soprattutto dove vorremmo andare… ed assieme a chi!

STAY GROUNDED IN YOUR SKIN

8ff29c1bb4c945162a7839a51b99eb07.jpg

Immagine su: Pinterest

Pillole di Bioenergetica 29/12/2016

Del CambiaMENTO e le favole che ci si racconta per arrestarlo

“Quanto dolore ci sono costate, tutte quelle paure che non si sono mai realizzate…”

Thomas Jefferson

Stasera assieme ad un caro amico riflettevo su che trappola mortifera sia, l’immobilità che scaturisce dalle proprie antiche (ed all’epoca più che legittime) paure…

Talvolta le iper-alimentiamo e le nutriamo delle nostre più catastrofiche aspettative, impiattandole con un ricco contorno di illusioni maligne, volte a scoraggiare ogni movimento dissimile e diverso da ciò che è sempre stato identico a sé stesso e, paradossalmente, quasi rassicurante seppur, almeno in parte, nocivo. Spesso infatti si rimane impantanati nel lamento stagnante, sguardo fisso su scenari ridondanti, sperimentando l’impotenza asfittica del vicolo cieco… più immaginifica che reale.

Dunque meglio il male noto che il bene ignoto? Un cambiamento, una svolta, un giro di boa in età adulta possono spaventare indicibilmente, ma oggi, nel presente che viviamo… potrebbero essere forse più in linea con le pieghe della propria crescita personale, arricchirci, renderci più simili a noi stessi. Il punto è che non si arriverà mai a scoprirlo  veramente, se non ci si pone nella disposizione d’animo, di correre il rischio di cambiare la prospettiva da cui si osserva il volto di quelle  stesse paure che ci ostacolano.

Eh sì… perché quelle paure talvolta le osserviamo a naso all’insù, come un bimbo piccino guarderebbe impotente un mostro gigantesco. E diamo loro credito… con la stessa ingenuità che avrebbe un bambino manipolato e raggirato. Ma a ben vedere oggi le cose forse, non stanno più proprio così come inconsciamente ce le raccontiamo… o abbiamo avuto bisogno di crederle così… per motivazioni oramai deteriorate, per preservare equilibri oramai logori.

Ostacolare il cambiamento è qualcosa che si oppone alla vita, la rende simulacro di sé stessa. E quindi mi chiedo se non sia meglio, arrivati per l’ennesima volta davanti ad un bivio tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere… abitare finalmente quelle paure, cimentarsi in questo incontro prendendole per mano e rendendole reali, correndo il rischio di calarle nel ‘qui ed ora‘ delle nostre concrete difficoltà e possibilità, sporcarcisi anche un pò le mani… ma almeno viverle confrontandosi con un presente vivificato, non più opaco, inafferrabile, abitato da fantasmi lontani; un presente dunque più vero e autentico… non più edulcorato e menzognero, non più mostruoso e lusinghiero.

Proviamo ad abitare le nostre paure a dar loro corpo e respiro… radichiamole nella realtà del nostro esserci e stiamo a vedere che succede… chissà che qualcosa di nuovo, non arrivi a sorprenderci positivamente! 🙂

STAY GROUNDED ♥

Pillole di Bioenergetica 20/08/2016

The work of the eyes is done. Go now and do the heart-work on the images imprisoned within you.” ∼ Rainer Maria Rilke

〈”Il lavoro degli occhi è fatto.
Adesso và e sbriga il lavoro del cuore
sulle immagini imprigionate in te.“〉
Una meravigliosa sintesi di ciò che potrebbe essere rappresentativo del lavoro che si svolge con pazienti che approdano nel setting psicoterapico, perchè hanno difficoltà ad uscire da quella ‘stanza-prigione della mente’ in cui sono così sicuri ed al contempo così soli… un luogo in cui, dalla loro nascita, hanno imparato fino troppo bene ad utilizzare una sorta di “modalità voyeristica” di prender parte alla propria vita, osservandola da lontano in un muto dialogo interno, quasi mai interpersonale come se fossero in una ‘sala prove privata’ [Bromberg – 1998 pg. 29] in cui l’unico modo di sentirsi reali fosse nell’incomunicabile ritiro all’interno di sé .
L’invito dunque con questi versi ‘lenitivi’ ed incoraggianti è quello di non aver timore ad ‘uscire da sé’… e, per dirla ancora attraverso le parole di Bromberg “sperimentarsi nel vivere la vita con un pieno coinvolgimento emotivo”!
STAY GROUNDED ❤ GIVE HEART TO YOUR EYES!

Pillole di Bioenergetica 17/08/2016

L’esperienza estetica accessibile ai nostri sensi, ci parla di noi!

“L’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro” E. M.

In questi giorni mi è capitato di far caso a come sia possibile rintracciabile una sorta linea emotiva interiore nel rapporto che talvolta capita di avere con l’arte… come metafora del nostro sguardo sul mondo, sia esso interiore o quello che circonda i nostri sensi… ma anche al modo in cui l’arte riesce a cogliere aspetti profondamente epidermici del nostro entrare in contatto con i nostri vissuti e con aspetti di noi spesso sopiti o nascosti anche a noi stessi. Accade infatti che l’acume stesso dei sensi che si rivolgono a ciò che abbiamo attorno, filtrino la realtà per come essa impatta su di noi, sugli occhi che sappiamo rivolgere a quanto viviamo ed esperiamo attraverso il nostro percetto… finendo magari col tracciare un percorso di crescita interiore che parli di noi e che evolve nel gusto e nel piacere che man mano riscontriamo nella qualità dell’esperienza estetica che possiamo sentirci di fruire. L’arte può dunque divenire testimone della qualità di contatto che possiamo desiderare di intessere con la realtà in cui siamo immersi, della nostra intima risonanza con l’emozione, del contatto con noi stessi e con gli altri… divenendo di fatto una sorta di trasduttore della nostra evoluzione, contenitore che risuona e lenisce.

E’ quindi possibile osservare come alcune opere più di altre, con i propri soggetti ed i temi scelti, gli stili utilizzati… nel corso della propria vita, abbiano saputo catturare la nostra attenzione e… magari, porgendo oggi un rinnovato sguardo ad esse, sfiorare la sensazione che ciascuna di esse abbia saputo catturare e dare voce, senso e melodia a delle parti di noi.

Ed esempio le pennellate sfocate di Monet ed i suoi paesaggi melanconici possono parlarci della necessità e del bisogno struggente di aprirsi al mondo esterno ma contemporaneamente attutendone l’impatto attraverso una messa a fuoco meno nitida, quasi come se una visione miopica del mondo, rendesse meno densa la paura dell’aprirsi, dell’andare verso e potesse quindi ammantarsi di un rassicurante velo di protezione in cui pur essendo presenti, ci si colloca a distanza di sicurezza. Oppure, le opere futuriste con il loro frequente rimando al movimento catturato e trattenuto nella tela e l’impellente bisogno di scomporre e frammentare l’immagine, potrebbero parlarci della difficoltà di ‘stare’ nel qui ed ora quasi come se una mordente ansia spingesse sempre a scomporre, parcellizzare i propri vissuti per poterli meglio gestire, proiettandosi ad un passo dagli stessi, verso la promessa che ciò che deve essere, sarà certamente più appagante. O anche, il surrealismo di René Magritte, che non si avvicina al reale per definirlo e descriverlo, ma per svelarne il mistero che lo avvolge, l’onirico sopito in esso, l’illusione e l’estraneità al far esperienza del consueto, uno sguardo che cortocircuita l’aspettativa di ciò che è sempre stato, abbracciando ciò che potrebbe essere, se solo ci si lasciasse la libertà di osservarla decontestualizzandone il significato, senza imbrigliare lo sguardo in preconcetti castranti. I lavori di Munch dai colori densi e vibranti, proiettati verso una viscerale introspezione dell’angoscia esistenziale, sembra dare forma ad emozioni senza filtro, che impattano vivide con tutta la loro bramosia di sviscerare la follia che uno sguardo può tradire o quel senso di derealizzazione sempre incombente e minaccioso; come se, attraverso il rispecchiarsi e sintonizzarsi nel ‘disperante’ altrui, egli trovasse contenimento a questi stati emotivi virulenti e trovasse forse una qualche forma di conforto scaturita dalla condivisione o come lui stesso spiega “… Si dipingeranno esseri viventi che hanno respirato, sentito, sofferto e amato (…) In generale l’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro. Io non credo in un’arte che non nasce da una forza, spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore. Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore. L’arte è il sangue del nostro cuore”.  Ed ancora, le opere di Hopper, che dava l’impressione di saper ‘dipingere il silenzio’ e la luminescenza irreale di atmosfere di muta inquietudine che così bene sanno cogliere le pieghe di certe solitudini crepuscolari, portando lo sguardo dei personaggi delle proprie tele, lontani, al di là di esse quasi perse verso un orizzonte non condivisibile con chi osserva il dipinto e parlano di attese e solitudini invalicabili, inesprimibili. Le operazioni dissacratorie e ludiche della Pop-art e le successive opere di Jean-Michel Basquiat  che così bene colgono l’essenza irriverente e rabbiosa del nostro bambino interiore ferito. Ed infine le opere dell’Iperrealismo che sembrano aprire il percetto a ciò che è nel qui ed ora, definito, nitido in tutta la sua ricca complessità, sacrificando forse a volte per eccesso di aderenza al reale, quello sguardo parziale ed emotivo che fa da cassa di risonanza al nostro sentire.

Viene dunque da chiedersi quando siamo stati avvolti dal piacere estetico e talvolta estatico per quell’opera, quell’artista o quella particolare corrente, in che momento della nostra vita eravamo? E se dovessimo tracciare un percorso ideale di ciò che ha rapito i nostri sensi finora, quale storia racconterebbe di noi… che tipo di apertura sentivamo e sentiamo di avere… a quale livello ci corrisponde… ed ancora quali di questi erano solo ‘amori passeggeri’ che narravano uno stato fugace del nostro divenire, mentre altri ancora adesso descrivono dei nostri tratti distintivi?

STAY GROUNDED ♥

Pillole di Bioenergetica 15/07/2016

…La caducità del bello implica un suo svilimento” ∼ Freud

Ciò che so di questi tempi cruenti è poco, pochissimo e mi sforzo pedissequamente di saperne sempre meno… purtuttavia lentamente osservo l’insinuarsi di qualcosa di nuovo nel mio agire quotidiano seppur con pervicace umanità e metodo, diligentemente mi ostini a non voler nemmeno pensare di modificare, magari nel vano tentativo di eludere quella massiccia mortifera  illusione, che da più parti attorno a me sento debordare, di poter controllare ciò che sfugge ad ogni controllo pur di preservarsi intatti il più a lungo possibile… magari prendendo la metro successiva, evitando luoghi affollati nell’ora di punta, smettendo di viaggiare… ma al contempo aimè anche di vivere!
Parte di questa paritetica e comprensibile smania di “controllare” questa ondata di morti tanto impreviste quanto spaventose e martellanti, siano esse frutto delle gesta di un folle isolato, di un gruppo di terroristi, della malasanità o dell’incuria colpevole di ci governa… ricade sotto il cappello di un etichettaMENTO selvaggio, poiché proiettare al di fuori di noi un sentire sgradevole ed indefinito, dare un nome ad un fenomeno indicibile quale il terrore, la paura di morire… in un certo senso serve a definirlo, racchiudendolo in un recinto semiologico di significati ben preciso e connotato… ripiegarlo in un cassetto contestualizzandolo, o piuttosto astraendolo, ma comunque in ogni caso, ci illude di poter essere attivi nel fare ordine e dare senso… serve a far ordine nel caos che sembra essere un pasto quotidiano di cui ci stiamo alimentando con troppa assiduità. In un rimpallare di colpe ed invettive, abbiamo la “preziosa” opportunità di asserragliarci tutti alla ricerca di un nemico, qualcuno da combattere perché questo ci illude di poter uscire dall’impotenza che il senso di morte in cui stiamo cercando di navigare a vista, oramai opprime le nostre membra, ci avvilisce, pesa addosso. Noto infatti anche in me, il silente infiltrarsi sottocutaneo di ciò che l’essere umano da secoli è impegnato a rimuovere, ossia che siamo esseri ‘finiti’, mortali e talvolta guardandomi intorno sento affiorare ‘pensieri parassiti’, ladri di leggerezza… che mi ricordano di continuo che la nostra progettualità è l’illusione necessaria all’avanzare nel mondo della specie umana, dell’uomo mentre attraversa la sua esistenza unica ed irripetibile… se si perde quella… ciò che resta è la vacuità di ogni gesto, l’insensatezza dell’esistenza. 😦
E quindi sì… la caducità del bello ne implica il suo svilimento… significa attestarne la futilità, scipparla di senso, grazia e significato, ne umilia la bellezza…  non so se sia parte di un disegno, di un progetto più ampio… se si tratti di una nuova guerriglia globale taciuta ma endemica, se sia una perversa pandemia, ma ciò che sta accadendo, orribile, indicibile e straziante viene decuplicato dai media, dal morboso che alberga negli esseri umani che indugiano voraci nel ‘dettaglio del bambolotto accanto alla bimba uccisa’… per rintracciare un sentimento, un significato… qualsiasi cosa, fosse anche un senso di solidale annichilimento da poter condividere (pure quello!). L’altra faccia di questa opaca medaglia è l’aridità, l’indifferenza, il contare le vite sospese con lo stesso trasporto della conta dei fagioli della Carrà.
E quando mi ritrovo a pensare alla bellezza, è inevitabile pensare alla vita che ci scorre addosso, accanto continuamente nei nostri gesti quotidiani, banali, privi di rilevanza ad un occhio distratto. Così non è ed oggi, che sono stanca di essere crivellata di immagini orribili, di abbuffarmi di tragedia… non voglio far finta che tutto ciò non sia reale e presente… ma nemmeno esserne completamente assoggettata. sono profondamente addolorata sì… ma vorrei poter continuare a sentire, assaporare e respirare l’essenza e la bellezza della vita, la finitezza ed il suo senso in ogni istante.
STAY GROUNDED ♥  KEEP LIFE MEANINGFUL STEP BY STEP!

Pillole di Bioenergetica 13/07/2016

Il grembo materno è la prima esperienza protomentale di Dio!

Giusto stamattina, mi trovavo a ragionare assieme ad un caro amico della spiritualità e del suo legame con il corpo… ed in un primo momento confesso di aver avuto un attimo di spaesamento, come se non scorgessi in realtà alcun legame e questa fosse una questione molto distante da me a livello epidermico ed emotivo, da cui mi sono sempre un pò difesa ponendo distanza… soprattutto per quanto concerne il suo intrecciarsi con aspetti connessi al culto delle religioni. Ci si interrogava su quale fosse il legame tra la spiritualità ed il corpo e come rendere questo legame semplice ed accessibile a chiunque… la nostra conversazione è ovviamente rimasta aperta… in fieri… come sempre accadrà e va benissimo così, se sappiamo apprendere e tollerare la frustrazione di stare nel campo dell’indefinito per eccellenza. A fine giornata, mi sono accorta però, di come la questione mi ronzasse ancora in testa… ed ho provato a metterla nero su bianco per dar forma al mio pensiero a tal proposito, nel tentativo di sgombrare la mente e… andare a letto ad un orario decente! 🙂

Pensavo… l’essere umano è generalmente (psicofisiologicamente) incline a cercare di ‘dare senso e forma’ all’esperienza e per certi aspetti, il nostro Sistema Nervoso Centrale mal sopporta il ‘lasciare in sospeso’, (la Gestalt a tal proposito ci insegna molto) e, la ricerca di una figura divina totipotente dalla infinita forza generatrice, è un fenomeno che si colloca dai tempi dei tempi, in una posizione d’elezione, poiché in grado di “spiegare” e ‘dare senso e forma’ appunto, a ciò che di incommensurabilmente al di fuori della nostra comprensione, sfugge e sembra essere inafferrabile anche alle parole, ossia… che senso abbia la presenza dell’essere umano sulla terra e la sua stessa esistenza.

Ci siamo chiesti poi, quale fosse la nostra prima esperienza con il concetto di divino, se ci fosse un qualche legame con la nostra corporeità e la nostra spiritualità  e se tale legame, potesse essere condivisibile con chiunque… ed ho pensato alla vita, o meglio alla nascita (… che di fatto, ragionavamo con una mia amica tempo addietro, assieme alla morte è un’esperienza che accomuna tutti, con l’unico intoppo che solo di una delle due possiamo parlare ora!). 🙂

In fondo a ben vedere, l’esperienza della nascita, inclusi i nove mesi che la precedono, sono ciò che a livello incarnato, ci rapporta con la spiritualità del nostro corpo ed il suo contatto con il divino. Credo sia proprio lì che vengano poste le basi del nostro trascendere il corpo, entrando il contatto profondo ed epidermico con ciò che di infinito ed onnipotente è in noi e da senso e forma al nostro esistere. Sin dal concepimento siamo infatti inscritti e contenuti all’interno di un sistema complesso che provvede a nutrirci, darci vita… in qualche modo fornendo ‘senso’, inteso stavolta qui nella sua accezione etimologica più stretta, ossia all’aspetto che collega la percezione sensoriale come portatrice di significati ed in quanto tale, “Protomentale” per eccellenza [… con tale termine, utilizzato per la prima volta da Bion, si fa riferimento alle attività mentali elementari, presenti nel campo dell’esperienza sin dalla vita intrauterina ed alla loro imprescindibile connessione le originarie attività biologiche integrate nell’essere umano]… un sistema da noi sperimentato in prima battuta come onnipotente, un sistema di significato che si radica, ancorandosi in primis su canali cenestesici e propriocettivi, in una continua danza di confini e limiti da valicare ed in cui trovare un equilibrio, tra il dentro ed il fuori, tra il finito e l’infinito, tra l’onnipotenza e l’impotenza, tra il tutto ed il nulla… tra la vita e la morte, appunto. 

In sintesi, la nostra prima esperienza con la divinità e con la sua forza vitale e generatrice potrebbe esseree a mio avviso rintracciabile proprio a partire dal grembo materno. Mi balzavano infatti  agli occhi alcune similitudini su cui molto brevemente, mi soffermerò.

12928201_1069063839798970_2399283585255857896_n

L’esigenza nell’essere umano di far rifermento ad una divinità, che ci abbia generato con un disegno ben preciso… suona un pò come se tutti, avessimo bisogno di credere che siamo stati figli desiderati e voluti su questa terra per un motivo che, oltre a fornire senso e significato, è come se fosse in grado di fornire compiutezza e contenimento a ciò che per noi è molto difficile da sublimare… ossia l’incompiutezza, la caducità e la possibile “irragionevolezza” dell’ignoto, presente nel genere umano tutto; tale contenimento, prima di divenire cognitivo, io lo rintraccio già nell’abbraccio uterino, che definendo il dentro ed il fuori, contribuisce in maniera arcaica a dare un contenimento protomentale e se vogliamo una prima esperienza di armonia primaria tra noi e l’universo che ci contiene e che molto ha a che vedere con lo spirituale che abita il nostro corpo, ‘indicibile’ in quanto protomentale… fornendo senso alla nostra esistenza. Anche in seguito, per limiti oggettivamente biologici ed in maniera più esplicita, il neonato dipende completamente dalle figure genitoriali di riferimento, che arrivano ad essere simbolizzate ed idealizzate se vogliamo come divinità e che, attraverso lo scambio relazionale ed inevitabilmente, in un gioco di proiezioni, possono essere vissute e sperimentare come entità con potere di vita  e di morte su di lui (… di fatto è proprio così!) talvolta oblative, persecutorie o magari entrambe in rapida alternanza e per questo spesso confondenti (… qui ovviamente si spalancano altri scenari inerenti la qualità del nostro rapporto con esse e quello che nella nostra esperienza è possibile avere con qualsivoglia forma di spiritualità e legame col divino, ma per il momento preferisco sorvolare…); ricorda un pò ciò a cui la Klein si riferisce quando parla di ‘oggetto buono’ ed ‘oggetto cattivo’ e, anche… quell’ambivalente proiettare sull’imago sacra, sia la massima capacità di espressione d’Amore, ma anche di forza vendicativa più caratteristica del Vecchio Testamento. 

Ed ancora basti pensare anche a cosa accade, quando con il trascorrere degli anni, facciamo esperienza  del fatto che le nostre figure genitoriali di riferimento, possono non essere poi così perfette tali come avevamo avuto bisogno e necessità di idealizzarle… in quel momento ci si può imbattere nel ‘crollo degli ideali genitoriali’, ci si può sentire soli ed abbandonati al proprio destino, persi, privi di senso… e mi viene spontaneo accomunare tale condizione a quello stato di prostrazione e ‘depressione anaclitica’ (e non) che si tocca quando viene meno la fede, in questo caso in Dio, quando non abbiamo più la speranza, anzi, la certezza che un ordine superiore ci sostenga, accolga, protegga per come siamo e dia senso ed impulso vitale al nostro essere nel mondo. Inoltre e senza voler essere provocatoria, la figura di Dio, qualunque esso sia… un pò come il concetto di “amico immaginario”, coperta di Linus di molti bimbi in età evolutiva… può assolvere a diverse funzioni tra cui anche quella di non lasciarci mai soli, di rassicurarci che non ci tradirà, né abbandonerà mai ed è proprio ciò cui fondamentalmente abbiamo bisogno di tendere, nel momento in cui ci rapportiamo in età adulta con una dimensione intima, più sfaccettata e spirituale di noi stessi… proprio come abbiamo avuto bisogno di credere e percepire che il nostro caregiver era sempre presente, rassicurante ed infinitamente accogliente. Infine riflettevo… sostanzialmente il nostro legame con le figure genitoriali, in primis la madre… femminino sacro, il nostro originario ‘sacro Graal’… è nelle nostre viscere sin dall’alba della nostra esistenza corporea… non sarà casuale che per quanto concerne le lingue di origine latina, il termine derivi dal latino ‘Deus’ e che, connesso con la sua radice indoeuropea, gli venga attribuito il valore di “luminoso, splendente”… e noi quando nasciamo, letteralmente, “veniamo alla luce”! In definitiva il nostro corpo è intriso di spiritualità… sin dal concepimento! 🙂

STAY GROUNDED ♥

Pillole di Bioenergetica 12/07/2016

Il terapeuta come “battipanni” talvolta, ma non solo!

Portarsi in un contesto psicoterapico… inizialmente può essere un movimento in cui, simbolicamente si scuote un tappeto fuori dalla finestra lasciandolo poi a prendere aria, in cui letteralmente ci si espone in tutte le proprie fragilità e parti “sconvenienti” nella silente attesa che l’altro le accolga e ne faccia qualcosa di costruttivo, in qualche modo per così dire c’è un’iniziale aspettativa di delega, talvolta passiva, della ‘rottamazione’. Ritengo però sia di estrema importanza porre attenzione su un passaggio concomitante e successivo, ossia quello in cui il terapeuta oltre a facilitare tale fisiologico processo (che trae le sue radici e la sua pervicacia nell’originaria quanto necessaria idealizzazione genitoriale)… gradualmente accompagni ed aiuti il paziente a ridimensionare tale aspettativa salvifica deposta nelle mani di un terapeuta a volte percepito come “totipotente”, in favore di una co-costruzione di significato che ricollochi il paziente stesso in contatto con la sua creatività resiliente e la padronanza di sé e del proprio inconscio corporeo, riponendo nelle sue mani e nei suoi piedi… la facoltà di uscire da uno stato di impotenza appresa, per fare esperienza della propria vitalità.

Entrare poi in contatto con le proprie risorse ed apprendere a gestirle, senza disperdere energie e dissipare il proprio tesoro interiore… è certamente un’altra fetta dell’affascinante percorso terapeutico alla scoperta di sé.

“Dovete considerare gli insegnamenti verbali dei maestri come i vostri nemici mortali. Se non riuscite ad andare oltre, sarete ingannati” ~ Tung-Shan

13600244_631800853642799_4305916992171180350_n

STAY GROUNDED ♥

Pillole di Bioenergetica 18/06/2016

Quello che non sappiamo, ci salverà!

 
#stavascrittosuimuridiunbagnopubblico! 😀
 
… in un cammino possibile che procede, in maniera paradossale, dal complesso all’elementare, a ben vedere, talvolta cercare di non scandagliare minuziosamente le ragioni dei nostri atti, può fornire la possibilità di stare a contatto con tutto ciò che è esperibile nel momento presente ai nostri sensi radicandoci nel nostro percetto attuale per dare corpo e realtà al nostro campo esperienziale.
 
Le implicazioni, aspettative, motivazioni ed i “perché” delle nostre scelte difatti spesso gravano sulle nostre spalle, ma… immancabilmente sono già alle nostre spalle nel momento stesso in cui si traducono nel nostro presente e perdono di pregnanza, poiché volatili ed impalpabili, non sono più passato e non sono ancora futuro… e ciò ne alleggerisce il loro peso specifico.
 
Ovviamente senza l’intento di voler sminuire il senso e l’etimologia della nostra storia di vita personale… procedere nel mondo semplificando (e non banalizzando)… piuttosto che per astrazioni, molto spesso comodi/scomodi alibi, potrebbe servire a mollare almeno temporaneamente, parte di quel bagaglio esperienziale che spesso rischia di impantanarci e farci da zavorra, impedendoci di esplorare nel mare aperto delle nostre possibilità.
 
STAY GROUNDED ♥ STAY LIGHT

Pillole di Bioenergetica 16/06/2016

Al di là del trauma ci siamo noi… ci siamo sempre stati!

Il trauma tende a persuaderci del fatto che siamo fatti a sua immagine e somiglianza, si presenta in tutta la sua “grandeur” attraverso il minuzioso elenco degli accadimenti traumatogeni che ci avrebbero, a sua detta, inesorabilmente plasmato… il trauma è piuttosto tracotante nel suo famelico narcisismo, arriva lui, “divide et impera”, ci confonde… ma, a ben vedere, è anche un pò distratto!

Si dimentica di dirci che prima di lui, c’era la nostra essenza, il nostro temperamento, la nostra Forza Vitale…
Dimentica anche di evidenziare che, malgrado i molti fattori sfavorevoli con cui partivamo, siamo arrivati sino ad oggi, come meglio potevamo…

Ed è magari proprio nel “qui ed ora” della stanchezza di questo lungo cammino, della ricerca di senso ma anche nell’anelito a voler tendere verso una condizione di vita migliore che, magari nel contesto di psicoterapia… può avvenire la presa di consapevolezza, di quanto questo “tendere verso il bello di noi”, è proprio quella forza vitale che finalmente può iniziare ad essere messa in luce, affinché fiorisca pienamente, creando quindi terreno fertile per il superamento e l’auspicabile a pacificazione dentro di noi.

Al di là del trauma ci siamo noi… ci siamo sempre stati!

STAY GROUNDED ♥ YOU ARE NOT YOUR TRAUMA!